“Red, Green or In Between” by WSTR

di Martina Pedretti

wstr-red-green-or-inbetween-album-coverLa band più chiacchierata del 2016 il 20 gennaio ha pubblicato il suo primo full length “Red, Green or In Between” via No Sleep Records. Parliamo degli WSTR e della loro abilità di creare brani sempre più carichi di energia, velati anche da una certa malinconia. Il disco non sarà solo quello che già vi aspettate dalla band, ma riserverà anche alcune soprese.
Il disco si compone di undici brani, tra cui i primi due singoli “Lonely Smiles” e “Footprints”, che fanno da portabandiera delle sonorità e delle tematiche dell’intero album.

L’elemento più forte percepibile dai brani degli WSTR è sicuramente l’aspetto musicale, mentre i testi lasciano sempre un po’ a desiderare, perché il focus verte spesso e volentieri sulla carica positiva che i brani esercitano su chi ascolta. Insomma, se siete alla ricerca di un ascolto impegnato, gli WSTR non fanno esattamente per voi, anche se questo album ci sorprenderà.

Ad aprire il disco troviamo “Featherweight”, il terzo brano pubblicato anticipatamente dalla band, il quale ricalca lo stile dei due singoli, che però nonostante siano sicuramente i brani più orecchiabili, non raggiungono la vetta del disco. “Nail the Casket (Thanks for Nothing)” insieme a “Eastbound & Down” infatti si aggiudicano il podio a pari merito. Questo perché in entrambi i brani è sì rintracciabile l’elemento un po’ naif e leggero già esplorato dalla band, ma in più tra le note troviamo anche un forte elemento malinconico e delle sonorità più impegnate che segnano la crescita della band.

“Gobshite” è un brano rapido e non troppo incisivo, giusto all’interno del disco, sfruttabile bene live (infatti nel loro mini tour lo hanno sempre suonato, nonostante il disco non fosse ancora uscito) ma non memorabile.
“King’s Cup” ha tutto quello che si può aspettare da un brano pop punk, nessun impegno, energia e un po’ di tristezza. La parte finale del disco, forse perché le parti finali dei dischi non mi piacciono mai più di tanto, è un po’ noiosa. Insomma, vanno bene le sonorità pop punk, ma la svolta al centro del disco mi aveva caricato di aspettative forse troppo alte, perché con i brani finali si cade un po’ nell’ovvio e nello scontato. “The Last Ride”, “Hightale” e “Penultimate” sono dei brani carini, ma fin troppo sfuggevoli e ridondanti.
“Punchline” è la seconda sorpresa del disco, un brano che comincia in acustico per poi esplodere in un brano pieno di carica e al contempo dolore e malumore. Con i singalong, il lyric attira-masse “Maybe I’m a fucking joke” ripetuto più e più volte, diventa il brano triste del disco, insomma quello che ci deve essere e che spesso occupa appunto l’ultima posizione.

Nonostante la noia che deriva dalla parte finale del disco, esso si afferma già come uno dei dischi più interessanti del 2017, e non perché è tra i primi ad uscire. La speranza è che con questo album riescano a distaccarsi dalla reputazione che si sono fatti e dalle varie dicerie di gente che si fa un po’ troppo influenzare dalla moda di prendere di mira una certa band, per poi elogiarla due mesi dopo. Con l’augurio di successo per il loro nuovo disco, non vediamo l’ora che gli WSTR (che si legge waster, weister) tornino in Italia!

VOTO: 4/5

 

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