“Chemical Miracle” by Trophy Eyes

di Riccardo Volpe

trophyeyes-chemicalmiracle.jpgQuesta parte dell’anno, più uggiosa, grigia e triste ci sta portando davvero tante tante uscite senzazionali, come quella del 14 Ottobre via Hopeless Records. Chemical Miracle dei Trophy Eyes è il secondo full length della band australiana e potrebbe essere l’album della sua consacrazione. Li abbiamo amati alla follia per la loro cattiveria esagerata in Everything Goes Away e successivamente si sono ritagliati un posto in tutti i nostri cuori con il primo full length Mend, Move on, capace di creare atmosfere di un altro livello grazie ai testi del frontman John Floreani.

Chemical Miracle è stato oggetto di molte discussioni principalmente dovute al cambio di sound della band. I singoli “Chlorine”, “Heaven Sent” e “Breathe you In” sono tracce ambigue, che strizzano l’occhio (chi più chi meno) a un immaginario più “radio-friendly” e poppeggiante, pur sempre ritagliandosi degli spazi heavy qua e là.

I Trophy Eyes però sanno bene cosa non gli è mai andato giù in un genere così ossimorico e l’idea di unire le influenze dei loro padrini artistici Worthwhile e Touché Amoré a suoni più pop-rock e in genere più rilassati, carichi di delay, riverberi e compagnia funziona in praticamente tutte le canzoni. Un esempio è dato dalla carichissima “Rain on Me” che unisce pezzi blast beat a parti quasi eteree, per poi concludersi in un divagare di accordoni hc che ritornano alla calma cosmica.

Bocciate in pieno le tracce “Chemical” e “Miracle” che più che scandire il ritmo dell’album lo aiutano a divagare ancora di più a causa dei toni sì aggressivi della voce di Floreani, ma principalmente dalle basi che sanno più di stadium rock e elettronica sperimentale che non del genere in cui la band sembra dirigersi.

Lodevole è l’organizzazione delle canzoni, studiate per essere sia catchy, come ad esempio “Noose Bleed” e “Chlorine”, sia più “impegnate” come “Suicide Pact” e “Daydreamer”, mantenendo sempre lo stesso stile come filo conduttore.

Il filo conduttore lo troviamo anche nei testi. Se nel disco precedente questi scavavano nel passato travagliato del frontman senza troppi sotterfugi (anzi, regalandoci probabilmente alcuni dei testi più onesti mai scritti nella storia del punk moderno), ora il filo conduttore è appunto quello del “Chemical Miracle”: vederlo come un riferimento alla reazione chimica dell’innamoramento o come la soluzione di cloro presente in una piscina è solo una suggestione creata dal susseguirsi delle tracce e sta a noi farci trasportare da questi continui riferimenti alla mancanza di fiato, all’acqua, alle reazioni chimiche. Nessun pippone troppo astratto, i testi rimangono la cosa più onesta del disco, ma utilizzano questo stratagemma proprio per legare esperienze forse solo in apparenza diverse tra loro.

Arrivando alla produzione mi è inevitabile storgere il naso. Mend, Move on. è stato un prodotto commercialmente competitivo nei confronti di altri dischi pop-punk e aveva una produzione decisamente più pulita e ben pettinata di quella che di solito ha un qualsiasi disco melodic hardcore quale è. Quella volta una produzione di quel tipo poteva già sembrare un rischio, un’esagerazione, ma in realtà è riuscita ad esaltare il disco in modo positivo dandogli un punto di distacco da altre band del genere. Ascoltando alcuni dei pezzi più overproduced di “Chemical Miracle” mi rendo conto che forse, più che rendere competitivo il disco anche in un altro tipo di scena più mainstream in realtà ne privano il carattere heavy che potrebbe renderlo quasi un cult del genere con il passare del tempo.

Senza nulla togliere alla band quindi, quest’unione di post-hardcore tirato e pop punk/pop rock/dream pop sembra essere una ricetta funzionante. La prova del nove saranno le esibizioni dal vivo in cui la voce di Floreani, se magistralmente utilizzata come nelle registrazioni di questo album, aprirà un nuovo immaginario in questo genere musicale.

VOTO: 5-/5

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