“Vile Child” by Milk Teeth

di Riccardo Volpe

Milk-Teeth-Vile-Child-Artwork

Il movimento soft-grunge che si è creato negli ultimi anni non è di certo cosa nuova, anche se penso che possa avere un nome fuorviante in quanto ho sempre riscontrato influenze un po’ più emo che propriamente grunge nei gruppi di cui si parla riferendosi a questo revival.
Poi però ho ascoltato “Vile Child” dei Milk Teeth e ‘sticazzi, ritirate fuori i dischi delle Hole e dei Letters to Cleo, mettete a lavare le vostre camicie di flanella e preparatevi mentalmente.

Il loro nuovo lavoro (nonchè il loro primo full length) è uscito per Hopeless Records il 29 Gennaio 2016, ma premere il tasto play farà scattare un time-warp che ci catapulterà direttamente nella prima metà degli anni ’90.
Il disco si apre con uno dei singoli estratti dal CD, ovvero “Brickwork” che senza ombra di dubbio si guadagna sin dai primi secondi il titolo di miglior canzone dell’album; “Brickwork” è un pezzo grunge bello compatto, dove si alternano il ritornello tremendamente catchy cantato da Becky (la bassista ndr) e le strofe urlate da Josh, che poco prima del finale della canzone ci delizierà anche con un bridge spoken word. E’ giusto sapere che con dispiacere i Milk Teeth poche settimane fa hanno annunciato la dipartita di Josh, che oltre a essere la voce della band insieme a Becky suonava anche la chitarra.
Dico questo perché è possibile notare come “Vile Child” (che da un lato puramente strumentale contiene tracce di una coerenza impeccabile), non abbia un’identità ben precisa sul piano vocale; nonostante infatti le backing vocal l’una in supporto dell’altra, le due voci principali non coesistono in quasi nessuna delle tracce ed è un peccato considerando il risultato ottenuto nell’opener.

Tracce come “Get A Clue”, “Leona” e “Cut You Up” sono devastanti e a primo impatto mi diverte definirle “grunge-core” perchè profumano di Seattle ma hanno una carica che solo l’influenza hc può regalare. Le orecchie più delicate non devono preoccuparsi, ci sarà anche occasione di rilassarsi con la ri-registrata “Swear Jar (again)” e l’acustica “Kabuki” per cui dobbiamo ringraziare la voce calda della bassista.
Altri esempi di catchiness invece li ritroviamo nell’altro singolo “Brain Food”, inno perfetto alla wasting-time attitude, ma anche in “Driveaway Brithday” e “Crows Feet”.

Questo full-length è davvero da lodare, il sound è riconducibile a un grunge-punk che non stanca e che (per fortuna) dopo due decadi è stato rielaborato, denaturato ed estirpato dalle sue radici permettendogli di rinascere come genere completamente a sé stante e non come etichetta geografica o come genere su cui speculare.
La voce tremendamente aggressiva di Josh se n’è andata, speriamo che questi ragazzi super promettenti riescano a trovare un degno sostituto (che per le date del tour promozionale sarà Billy Hutton), perchè di cose da dire ne hanno molte e con questo debut ce l’hanno fatto capire: i Milk Teeth hanno scritto il disco dell’anno, solo che l’anno è quello sbagliato.

VOTO: 4,5/5

Best track: Brickwork.

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