“Backbone” by ROAM

di Martina Pedretti

backboneIl 22 gennaio esce, via Hopeless Records, ill primo full length dei ROAM: “Backbone”. Le aspettative non sono troppo alte ma l’attesa si è comunque fatta sentire. Alle spalle, i ragazzi inglesi hanno un paio di EP molto amati, contenenti alcuni tra i più famosi anthem nel mondo del pop punk, che si divide tra super fan e hater, i quali inneggiano alla poca originalità della band. Questo album propone al pubblico 12 brani, tra cui uno che in molti riconosceranno.

Si parte con un mini intro parlato di 28 secondi: “The Desmond Show”. “From the South of the UK, you asked for it, ROAM”.
Subito dopo, “Cabin Fever”: uno dei pezzi più carini dell’intero album. Fin da subito si nota, con un certo fastidio, quanto le voci dei due cantanti siano fin troppo corrette e aiutate dall’ autotune. Per il resto il brano fila liscio, rimanendo in testa con facilità e presentandosi come un pezzo carico, con la possibilità di diventare uno dei pezzi più amati e coinvolgenti durante un live.

“Deadweight” è il primo singolo rilasciato dalla band. Oltre ad essere un featuring con Matt Wilson, uno dei cantanti dei Set Your Goals, è anche il brano più particolare e che più si distingue all’interno dell’album. I toni sono più cattivi e si distanziano molto dalle solite cose che caratterizzano la band. La presenza di Matt Wilson arricchisce il brano e lo caratterizza ancora di più. Questa svolta è decisamente piacevole, ed infatti il brano può essere ritenuto il migliore del disco.

Con un inizio un po’ troppo Neck Deep, arriva anche “All The Same”, nella quale finalmente le voci risultano un po’ più naturali e piacevoli da ascoltare. Il pezzo è molto pop punk, rispetta i più importanti cliché del genere e, senza spiccare troppo, è un pezzo orecchiabile.

Il secondo singolo estratto è “Hopeless Case”, la grande delusione che ha lasciato molti pop punk kids nella disperazione e nel buio più totale. Il video è molto carino e particolare, però bisogna guardarlo schiacciando il tasto del muto, perché questo pezzo è davvero impossibile da salvare. Tra urletti stonati e un bridge semi acustico a caso, tutto risulta molto confuso. Un grande no.

“Bloodline” arriva portandosi dietro una grande dose di dolore e tristezza che ricorda alcuni dei vecchi brani dei ragazzi inglesi. I sing along saranno d’obbligo ai due live che avranno sede qui in Italia, perché i feels vengono toccati in profondità. L’alternarsi di un ritmo incalzante con dei coretti tristi fa di questo pezzo l’anthem del disco, soprattutto visto il suo voler ricalcare “Head Rush”, con il finale più tranquillo che esplode in una serie di voci e finger pointing violento.

La settima traccia “RIP in Peace” e la decima “Goodbyes”, sono probabilmente i due pezzi più anonimi del disco. Restano poco in testa, non riuscendo a emergere e confondendosi un po’ troppo con altri brani del disco.

Ecco il brano che tutti riconosceranno, ovvero il brano più conosciuto ed amato dei ROAM “Head Rush”. Qui presentato in una versione riregistrata e rivisitata. Ovvero la scelta più infelice e sbagliata che potessero mai fare. Dire che questa nuova versione è imbarazzante è dire poco. Dire che hanno rovinato il loro anthem per eccellenza ed il brano che li ha resi famosi è essere cattivi, ma è anche essere obiettivi. Le voci risultano fin troppo corrette e alcuni dei punti più importanti del brano subiscono dei cabiamenti fin troppo scioccanti. Questa moda di riproporre i propri vecchi brani degli EP in un full lenght, a meno che voi non siate i Moose Blood, deve finire.

Dedichiamo un piccolo spazio alle canzoni più tranquille del disco, ovvero l’ottava traccia “Tracks”, che è l’onnipresente brano acustico, e l’undicesima, la ballad “Tell Me”. Entrambi sono due brani piacevoli e ben realizzati, che suscitano sempre i feels e fanno presa sul pubblico più sensibile. Sicuramente sono riconoscibili all’interno del disco, nonostante questo risultano un po’ senza infamia e senza lode. Da infamare totalmente è invece l’arpeggio posto alla fine della ballad, un po’ a caso, anzi sembra quasi un errore che si sono dimenticati di tagliare.

A conclusione del lavoro troviamo “Leaving Notice”, che ricalca, forse fin troppo, il brano “Deadweight”. Quindi rincontriamo dei ritmi più calcati e più cattiveria. Ripeto: questa sarebbe la strada giusta da seguire d’ora in poi per loro. Diventate più cattivi dai.

Dunque il primo full lenght risulta un lavoro un po’ anonimo, che farà parlare di sé per qualche settimana, ma che, a parte qualche brano, cadrà presto nel dimenticatoio degli album discreti del 2016. Se abbracceranno questo loro lato più oscuro e cattivo potrebbero anche diventare qualcosa di più piacevole da ascoltare, altrimenti continueranno a risultare fin troppo come la copia di loro stessi. Impegnatevi dai, che “Deadweight” è un gran pezzo!

VOTO: 3/5

Annunci

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.