“Death Of A Bachelor” by Panic! At The Disco

Di Martina Pedretti

death of a bachelor.jpgIl 15 gennaio, via DCD2 / Fueled By Ramen, esce il quinto album dei Panic! At The Disco, il cui unico membro originale superstite è Brendon Urie. Un lavoro innovativo, che supera di gran lunga l’ultimo disco della band. “Death Of A Bachelor” è stato anticipato da una serie di singoli che si vocifera siano stati spesso leakati dallo stesso Brendon Urie, genio indiscusso e cantante magistrale.

Il disco si apre con “Victorious”, singolo accompagnato da un video, a suon di gang vocals e claps che da subito fanno entrare l’ascoltatore nel vivo dell’atmosfera frizzante e creepy allo stesso tempo. Le strofe sono ben fatte e rimangono in testa velocemente, mentre la prima parte del ritornello, un po’ più tranquilla, non riesce a lasciare un segno positivo e non regge il confronto con la seconda parte, che invece incarna appieno l’aggettivo “catchy”.

“Hallelujah” è principalmente un brano in cui Brendon Urie se la tira e fa sfoggio della sua meravigliosa voce, che è la protagonista indiscussa. Un brano agrodolce, pieno di speranza che però viene macchiata da una piccola quantità di malinconia. Malinconia che viene trasmessa dalla voce quanto dai lyrics: “Then the time for being sad is over / and you miss ‘em like you miss no other / and being blue is better than being over it”.

La chicca, la perla, la regina, la più bella, quella che ascolto dalle 5 alle 10 volte al giorno è “Emperor’s New Clothes”, che secondo me poteva benissimo far parte della colonna sonora di Nightmare Before Christmas, visto il livello di creepitudine che viene condensata in questi 2 minuti e mezzo, che vorrei solo fossero 250. Il video è la cosa più geniale che potesse venire in mente a quel bonaccio del signor Urie: una transizione del personaggio che ci era stato presentato nel video di “This Is Gospel”, che si trasforma in un demone nero bellissimo. Di solito sono molto professionale nelle recensioni, ma questo brano, con tutti i cori che sembrano cantati dalle anime dell’oltretomba, mi fa delirare e dovete solo ascoltarlo perchè è bellissimo. Chiedo perdono.

La title track “Death Of A Bachelor” non raggiunge minamente i livelli del brano precedente. Sembra una canzone natalizia di Michel Bublè, però ricorda anche “Can’t Take My Eyes Off Of You”, si propone come una canzone da jazzista incallito, poi diventa un’esplosione super ritmata nel ritornello, e la cosa si ripete. Lascia un po’ confusi anche per via della parte di pianola elettrica finale, arricchita con qualcosa che pare una tromba. Probabilmente Brendon era sotto gli effetti di qualche tipo di allucinogeno durante la realizzazione di questa canzone. In conclusione: è un bel pezzo, da valutare positivamente.

Fuori le trombe che parte “Crazy=Genius” (che si legge crazyequalsgenuis) e sono subito gli anni ’50, oppure sta iniziando un nuovo episodio di Due Fantagenitori. Via di tamburo e coretti random che lasciano un bel po’ interdetti, sì certo, sarete interdetti però starete ballando, ballando nella più totale confusione, e inoltre vi piacerà e vi farà gridare “YOU CAN SET YOURSELF ON FIRE BUT YOU NEVER GONNA BURN, BURN, BURN”.

“LA Devotee” mi fa piangere tantissimo e non riesco a capire perché. Forse perché di nuovo la voce di Brendon domina la scena ed è così pulita e perfetta che provoca i miei condotti lacrimali. E’ un pezzo energico, dotato anche di una piccola nota che si avvicina all’alternative rock, fin’ora poco presente.

Un altro brano che si avvicina al mondo del rock è “Golden Days”. Un inno ai ricordi, alla gioventù: “Forever younger growing older just the same”. Per le più fanatiche e ossessionate dal passato questo brano è un messaggio segreto a Ryan Ross, ma secondo me no. Un pezzo molto vivace e pieno di carica che forse ricorda un po’ i vecchi Panic!

Ritorna l’atmosfera cupa, sempre con qualche spiraglio di luce, in “House Of Memories”. Seguendo il filone dei due brani precedenti il brano presenta un ritmo più incalzante, ci sono tanti coretti, e la solita carica che contraddistingue la band.

Ultimo brano che chiude il disco è “Impossible Year”, dove la voce di Brendon è accompagnata solo da un pianoforte e arricchita ogni tanto da un gruppo di trombe, e quindi, ancora una volta, uno sfoggio della sua bravura. Sentitelo e provate ad immaginarvi un pezzo del genere dal vivo.

Con fierezza si può affermare che Brendon Urie ha regalato a tutti un lavoro ai limiti della perfezione. Carico di tante emozioni diverse, che prova e riesce a sperimentare tanti generi diversi. E’ un album vario, del quale si possono apprezzare molti brani, ascoltabili in tanti contesti e situazioni diverse. Spero che questo genio continui a deliziare le nostre orecchie, così come ha sempre fatto, per tanto altro tempo.

VOTO: 4.5/5

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