“Pas Du Tout” by sittingthesummerout

Di Martina Pedretti

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Con una piacevole sorpresa, assolutamente inaspettata, in questo Novembre che ormai gela gli animi, arrivano i sittingthesummerout da Milano. Con il loro mini EP di tre tracce “Pas Du Tout” catalizzano il pubblico, proponendo qualcosa di decisamente innovativo e particolare.

Sforzandosi di etichettare tutto, si può definire tutto questo come post-hardcore spoken word. Perchè spoken vi chiedete? Perchè la maggior parte del testo presentato in questo lavoro è espresso senza cantare, ma solo parlando, quasi come sfogando un flusso di parole che arrivano alla mente in maniera più o meno ordinata (a voi la sentenza). Con molto coraggio i tre ragazzi di Milano scelgono di aprire le porte ad un metodo espressivo più o meno nuovo, o comunque non molto esplorato, soprattutto in Italia. Anche se sembra proprio che di italiano qui non ci sia proprio nulla visto l’eccellente accento presentato in tutto il lavoro, sia per le parti spoken che per le parti urlate e cantate.

“Wearing Black in June” è il pezzo che apre l’EP. Una mini conversazione tra un ragazzo ed una ragazza viene subito seguita da una serie di parole espresse con malinconia ed una piccola nota di rabbia. Ottimo l’accompagnamento musicale che non si fa per nulla scavalcare dal potere delle parole e, anzi, le aiuta a creare un’atmosfera con tendenze decisamente emo. Verso la fine il brano si evolve e si proietta su un piano più ritmato, quasi più dannato, in cui la voce si alza seguita dagli strumenti.

Si prosegue con “Blankets (The Middle)” in cui sono sempre protagoniste le parole. I ritornelli in questo caso si tingono con una voce differente, una voce cantata e ben integrata con il resto del brano. Preceduto da una emozionante frase“Sinking lower could just be the push I need”  prosegue il ritornello, che viene poi accompagnato da una serie di “Enough. That’s enough” ripetuti più e più volte.

“Fatima” è l’ultimo brano, il più movimentato, il più variegato, il più bello. Le parti cantate e parlate si alternano con velocità, rendendo il tutto più coinvolgente, anche con l’aggiunta di qualche gang vocals qua e là. Pur essendo il pezzo più ritmato e nel quale la parte strumentale risulta più viva e partecipe, ne esce fuori come il pezzo più malinconico dell’EP.

La particolarità di questo gruppo va presa con molta delicatezza, brani del genere non sono brani che si possono mettere con leggerezza sull’iPod ed ascoltare in ogni momento. Non spesso succede, ma la necessità di ascoltarli risiede in attimi ben precisi della vita, non è qualcosa che si può sentire senza veramente ascoltare, come si farebbe andando a fare la spesa o mentre si è in autobus. Non sono canzoni “per accompagnare”, ma canzoni da capire e un po’ vivere, in cui immedesimarsi. Nei momenti un po’ più tristi, in cui le cose non sono come quelle che vorremmo, in cui ci sentiamo delusi da una persona, si può tentare di trovare la compagnia giusta tra queste note e queste spoken words.

Con tanto di cappello, ammiro la scelta fuori dagli schemi di questi giovani ragazzi, che spero di poter vedere presto in un’esibizione live, pur temendo per la quantità di parole che lo spoken boy dovrà ricordarsi di “dire”.

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