“Sounds Good Feels Good” by 5 Seconds of Summer

Di: Martina Pedretti

5sos

I 5 Seconds of Summer, ovvero la band più chiaccherata degli ultimi tempi, in data 23 ottobre, ha fatto uscire il loro nuovo album “Sounds Good Feels Good” via Capitol Records. A poco più di un anno di distanza dal primo lavoro, la band australiana ritorna sulle scene con un nuovissimo album composto da 14 tracce (con un’aggiunta di tre tracce bonus nella versione deluxe), che ha visto la collaborazione di nomi importanti come: Benjamin Madden, Joel Madden e Alex Gaskarth. In seguito al tanto contrastato selftitled uscito lo scorso anno, le aspettative per questo nuovo album sono piuttosto alte: i 5 Seconds of Summer sarebbero stati capaci di convincere anche i più testardi o avrebbero produtto un lavoro per nulla all’altezza di quello che avevano fatto in passato? Con tanta amarezza è necessario scegliere la seconda opzione. 

Il disco si apre con un quartetto di pezzi energici, che saranno praticamente gli unici presenti lungo questo viaggio. Il primo è “Money“, pezzo che si presenta bene nonostante le tematiche abbastanza noiose e scontate. Riesce senza problemi ad acchiappare il pubblico, facendolo restare attaccato alle cuffiette per scoprire di più. Ricco di assoli di chitarre e coretti accompagnati da una serie di clap along, il pezzo d’apertura è tra i più simpatici dell’album.

Procediamo con “She’s Kinda Hot“, ovvero il primo singolo rilasciato dalla band. Ad un primo ascolto la canzone risulta ridondante e fastidiosa, ma purtroppo, nonostante la sua povera scelta di lyric e l’arido contesto narrato, essa si inculca all’interno del cervello e mette le sue radici laddove non potranno più essere estirpate. Ed ecco che si gira per casa cantando “They say we’re losers and we’ll all right with that” e brandendo una super costosa air guitar d’ultima generazione. “We are the kings and the queens of the new broken scene” è una di quelle frasi che le dodicenni con le ciocche fuxia tra i capelli si scriverebbero sull’eastpack nuovo affianco alle spalline decorate con quadretti bianchettati, però si riesce a perdere la propria dignità cantando una frase del genere, soggiogati dal potere dell’aggettivo che regna i mondi: il signor Catchy.

Hey Everybody!” è il secondo singolo ed è anche una cosa abbastanza brutta. Il testo che parla di problemi finanziari, stipendi non ricevuti e lavoro faticoso non si addice per nulla alla band e risulta parecchio fastidioso. Il pezzo è mediocre sia testualmente che musicalmente, e la cosa fa imbestialire viste le personalità che ci sono dietro a questo lavoro.

Scordandoci di questo ultimo pezzo proseguiamo con “Permanent Vacation“, canzone eseguita più volte live prima ancora dell’uscita della notizia del nuovo album. Il brano si apre con un felice battito di mani e la melodia si fa da subito pop rock. L’allegria domina la scena e senza tanti pensieri il pezzo si ascolta con tranquillità, ballando e cantando un po’ di na na na na na.

Ecco che arriviamo al capolavoro dell’album, oserei dire l’unico pezzo che mi ricorda i 5 Seconds of Summer di “Wrapped Around Your Finger” e “Greenlight”. La fantomatica canzone è “Jet Black Heart“, malinconica e triste, fa venire voglia di buttarsi per terra a rotolare tra le proprie lacrime. Un pezzo lento ma movimentato, che mette in evidenza al meglio le voci di Luke, Michael e Calum. Le struggenti parole esplodono nella parte finale del brano dove la parte strumentale emerge di più, portando alla vetta della disperazione anche la persona più felice del mondo.

Per quanto sia un confronto che non vorrei mai fare, il pezzo successivo ricorda molto i One Direction. Infatti “Catch Fire” è un pezzo pop lento che segue abbastanza il canone de “The Story Of My Life”. Rimane comunque una canzone carina, senza infamia e senza lode.

Da qui parte un filone di canzoni pseudo lente o con comunque un’atmosfera triste di sottofondo. “Waste The Night“, “Vapor” e “Castaway” sono tutti e tre dei pezzi carini, forse un po’ simili tra loro e carenti di una bella dose di anima pop punk.

“Fly Away” finalmente ci ricollega alla prima parte del disco, portando una massiccia dose di energia. Pop punk allo stato puro, e non mi pento di definirlo tale, perchè è propio un bel pezzo allegro dove chitarre e batteria la fanno da padrone. Torna il na na na na na na, si parla di California, viaggi, oceani e tutto è precisamente dove dovrebbe essere e come dovrebbe essere fatto. La medaglia d’argento è facilmente assegnabile a questo brano.

Se solo il pezzo “Invisible” fosse venuto prima del precedente, lo avrei inserito nel gruppo delle canzoni pseudo lente; acustico composto da voce e chitarra e una bizzarra introduzione finale di una serie di archi molto improbabili.

Ormai arrivati agli scoggioli incontriamo “Airplanes”, che si apre con un’atmosfera magica grazie a una serie di note di tastiera che rimarranno presenti per tutta la durata del brano. Il sentore di malinconia aleggia anche su questo pezzo, anche se è più movimentato di altri. Innovativo rispetto ai precedenti, riesce a farsi spazio tra i pezzi promossi di “Sounds Good Feels Good”.

“San Francisco” inizia come un pezzo da spiaggia, la chitarrina estiva ottiene l’effetto di canzone da cantare alla fine di una bella estate davanti ad un falò con i marshmallow. All’improvviso ritornano i violini che creano una climax ascendente che raggiunge il suo apice con la voce lasciata sola e poi seguita da un’esplosione di suoni che giovano davvero molto al brano.

Con i suoi quasi 7 minuti “Outer Space/Carry On” conclude l’album. I pezzi che trovano spazio all’interno di questo mega brano sono i realtà due e sono separati da quello che potrebbe essere il suono dell’oceano come un suono qualsiasi. Entrambi sono due pezzi lenti, in particolare il secondo dove è presente la sola voce accompagnata da molte seconde voci. Il tutto ricorda molto un canto di chiesa è per me è assolutamente no.

Il giudizio finale non è troppo positivo, visto come i ragazzi australiani ci hanno abituato in passato. La presenza di troppi brani lenti rende il tutto troppo ridondante e noioso. Mi aspettavo molto più energia e pop punk visto gli scorsi lavori. I pochi brani che si sono salvati e il bellissimo “Safety Pin” presente sia nell’EP di “She’s Kinds Hot” e nella versione deluxe dell’album, sono decisamente buoni ed è grazie a questi che l’album è in grado di salvarsi. Il giudizio dei già esistenti hater sarà sicuramente più deciso e crudele, e questa volta non so se sarò presente nella sempiterna lotta per la difesa dei 5 Seconds Of Summer, piuttosto resterò in panchina, vista la delusione provocata da questo album.

Best Tracks : “Jet Black Heart”, “Fly Away”, “Airplanes”, “Permanent Vacation” e “She’s Kinda Hot”

VOTO: 3-/5

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