“Walk The Plank” by Zebrahead

di Michela Rognoni

zhGli Zebrahead sono una delle band che ho ascoltato di più durante la mia adolescenza e che più mi sono rimaste nel cuore dopo averli visti tipo mille volte live, ma ultimamente, sarà che sono diventata vecchia io, sarà che non lo sono diventati loro, è più o meno da dopo Phoenix che ogni volta ho paura ad ascoltare un nuovo disco loro perché è sempre una sorta di eterna ripetizione dell’uguale.
Quindi il mio approccio a Walk The Plank, nuovo album pubblicato via Rude Records in data 16 ottobre, è di rassegnato scetticismo.
”Who Brings a Knife to a Gun Fight” apre le danze con un sound da incantatore di serpenti. Il titolo del disco secondo Ben Ozz sarebbe un richiamo dell’analogia tra vita in tour e vita da lupi di mare, probabilmente ipotizzata dopo l’assunzione di una sovrabbondante quantità di rum da parte della band, ma in realtà a me sembra di più pane per i denti della Compagnia delle Indie e non sarà un caso isolato in questo disco. Ci sono anche dei coretti à la Pretty Fly (for a White Guy) e un qualcosa che mi ricorda i System Of A Down.
Su questa stessa falsa riga troviamo anche “Headrush” in cui segnalo, oltre alle citate influenze orientaleggianti e alla somiglianza con Americana degli Offspring, il suono fastidioso dopo le parole “all killer no filler psychothriller” ed il bridge che mi ricorda il brano di punta del nuovo Disney Channel Original Movie The Descendants e non solo perché dice “I’m rotten to the core”.

”Worse Thahan This” invece è una bellissima canzone, suono allegro e travolgente, tipico dei più affermati singoli della band tipo “Anthem”. In effetti questa canzone è uguale ad “Anthem” solo con delle parole e un ritornello diverso. Una bella canzone eh, ma mi piaceva di più la prima delle ventimilavolte in cui l’ho sentita.
Mi piace la parte della voce all’interfono, mi fa pensare al McDrive. Ho fame.

Il resto dell’album ha un sound in bilico tra il rassicurante ed il sorprendente. Cerco di spiegarmi: gli elementi classici della band, tipo le strofe rappate ed i ritornelli iper-melodici, non mancano, ma, e aggiungerei grazie al cielo, c’è anche quel qualcosa in più che rende “Walk The Plank” non lo-stesso-disco-degli-zebrahaed-da-dieci-anni.
Brani come “Running With Wolves”, “Save Your Breath” e “Kings of Here and Now” sono esageratamente punk rock, voce tiratissima, potenza, velocità, rabbia…sembra un po’ di essere tornati a 12 anni fa, quando se eri figo figo ascoltavi Fuck Authority dei Pennywise e The Empire Strikes First dei Bad Religion.

Oltre a questo ci sono anche un paio di stand off notevoli ed un paio di strafalcioni esagerati. Parto positiva con la power ballad “Keep It to Myself”. Non penso di aver mai sentito nulla del genere provenire da casa ZH. È tutto così pop e catchy che mi sono innamorata. Voglio blastarmela in macchina per sempre. Ha anche gli uo ooooh da cantare ai falò, che festa.

“So What” è un filler, ne sono sicura, ma l’hip hop vibe è così predominante qui che rende il pezzo apprezzabile anche dai bimbi che se la menano a fare i ribelli col cappellino dell’ obey/new era (è ancora cosa?) alle giostre.

Nel mezzo sta la title track “Walk the Plank” che è qualcosa di strano che tende all’alt rock anche di stampo britannico soprattutto nel ritornello, non lo so è molto smooth, la parte strumentale delle strofe è anche in qualche modo elegante e quel pre-chorus sussurrato gli da qualcosa di horror, di Afi, di Marlyn Manson a caso. Non so se sia un esperimento riuscito o no, non l’ho ancora deciso.

”Under the Deep Blue Sea” non credo abbia senso. Inizia in maniera sconcertante ricordandomi prima i brani indie rock un po’ emo che mi piacciono di solito e dopo il rock da stadio stile ultimi 30 Seconds to Mars con gli oooh oooh e i tamburi dominanti. In realtà dura meno di un minuto e mezzo quindi sarebbe una specie di intro, ma non ho capito di cosa dato che il pezzo successivo, è “Wasted”, brano veloce e punk rock come quelli che vi ho citato prima.

Poi c’è “Battle Hymn” con il suo ritmo ska senza trombe ma con gli hey hey hey che con me ha già perso in partenza. Bella solo la voce pulitissima nel ritornello.

Siamo alla fine con “Freak Show”, che fa molto teen movies, tipo soundtrack per le scene in cui il protagonista ha un boost di autostima, si veste figo, prende la macchina figa e poi cammina fiero per la scuola/festa/centro commerciale finché non si scontra con la realtà e ritorna lo sfigato di sempre (tipo too cool for school presente?). Bella, inaspettatamente early ’00, upbeat. Un po’ meno forte nel ritornello e non sono sicura che quell’assolo in mezzo servisse, ma resta un buon pezzo.

Una vittoria a metà, nel senso che non posso dire di aver apprezzato veramente il disco perché non è assolutamente nelle mie corde e non è nemmeno moderno ed mai sentito, però almeno è diverso, più cupo e soprattutto non parla di party hard e birra gratis.
Se non altro alimenta la mia voglia di rivederli live per l’ennesima volta.

Voto: 3/5

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