“Panic Stations” by Motion City Soundtrack

Di Denise Pedicillo

panicLet’s do this.

Ci sono alcune certezze nella vita senza le quali una persona non potrebbe vivere, tipo che la colonna di macchine dove sei tu andrà sempre più lentamente rispetto alle altre oppure che se cade una fetta biscottata, cadrà sempre dal lato della marmellata. Molto spesso queste certezze possono fallire miseramente ma ce n’è una che, dal 2003 ad oggi, è sempre rimasta valida: potranno pur passare quindici anni, ma i Motion City Soundtrack avranno sempre dei synth nelle loro canzoni.

L’ultima loro faticcaccia dal titolo Panic Stations sembra volerci preannunciare quello che andremo ad ascoltare e come possiamo noi non farci prendere dal panico quando il quintetto di Minneapolis ci sforna un CD così atteso dopo tre anni dal loro ultimo lavoro? Ve lo dico io, non si può.

Da “Go” molto è cambiato, il batterista e membro fondatore Tony Thaxton ha lasciato la band dopo 11 anni di onorata dedizione ed è stato degnamente sostituito da Claudio Riviera, ma molte cose sono rimaste uguali, tipo i capelli di Justin Pierre (n.d.r).

“Panic Stations” è stato registrato un anno fa in Minnesota nel famigerato Pachyderm Studio – ora conosciuto come Seedy Underbelly North – e prodotto da John Agnello (Social Distortion, Sonic Youth e Andrew W.K solo per citarne alcuni). L’album si snoda in undici tracce che ricordano il genere a cui il gruppo ci ha sempre abituati, ma possiamo comunque percepire alcune differenze di sound più mature. La peculiarità di questo album è che le canzoni sono state interamente registrate live, con tutti i componenti della band che suonavano all’unisono e sono stati poi aggiunti livelli strumentali, come per esempio in “Lose Control” dove le batterie elttroniche sono state aggiunte in un secondo momento.

Le canzoni hanno tutte quella vena un po’ cupa e introspettiva che solo Justin Pierre riesce a mettere sempre nero su bianco usando le parole giuste, come si evince in canzoni come“It’s a Pleasure” inno alla tristezza da cui bisogna trarre vantaggio senza vergognarsene“You are not alone / We’ve all had our battles with darkness and shadows /I’m here to let you know / It’s a pleasure to meet you”.

Questo lavoro è veloce, mai monotono, nostante le canzoni siano sempre di media/elevata durata. In brani come “Over It Now” o “Broken Arrow” si fa a fatica tenere a mente che quello seduto dietro al rullante è un nuovo batterista, ‘rubato’ ad una delle tante formazioni dei Saves The Day, che aggiunge il proprio tocco personale riuscendo tuttavia a mantenere quasi intatto lo stile di Tony Thaxton, quello stile che ha contribuito a rendere le canzoni dei MCS quelle che tutti conosciamo.

Un album che mette d’accordo tutti, nuovi e vecchi fan. Un album che si è fatto attendere e non ha deluso le aspettative sempre altissime per band di questo calibro. Possiamo considerarlo quindi un ulteriore pollice in su per la band che ha festeggiato quest’anno il decimo anniversario dell’uscita di Commit This To Memory con un tour che forse è stato il miglior tour a cui nessuno di noi è stato.

VOTO: 4/5

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