“Back On Top” by The Front Bottoms

di Michela Rognoni

The-Front-Bottoms-Back-On-Top-Cover-ArtSembra passato un secolo dal giorno in cui per la prima volta abbiamo incontrato i The Front Bottoms ad un concerto a cappella per strada di un talentuoso venditore di rose pakistano.
In quell’occasione eravamo in tre a conoscere i brani (dei The Front Bottoms, non del rosario) ora sono passati solo tre anni e la band ha praticamente conquistato il mondo e pubblicato un nuovo album, Back On Top, primo via Fueled By Ramen.

Un ulteriore passo avanti per la band dopo quello fatto con “Talon Of The Hawk”,più strutturato, più preciso (grazie alla produzione di Joe Chiccarelli direi) e se vogliamo anche più radio friendly ma che non rinuncia a tutti quegli elementi decisivi che ci hanno fatto (e continuano a farci) amare il duo/quartetto del New Jersey: voce ubriaca, batteria super potente, storytelling estremo, strumenti che appaiono a caso e quella diffusa sing along vibe che ti fa sentire disteso in un prato umido.

“Motorcycle” apre il disco come se fosse un vecchio disco rock, solo che poi entrano i synth a caso e la rassicurante voce di Brian. In pratica in meno di 5 secondi di canzone si riesce a capire il mix di famigliarità e di territori inesplorati che troveremo nel resto dell’album. Viene presentato anche uno dei temi fondamentali: “sometimes you gotta close your eyes to truly see the lights”.

In generale il disco risulta un po’ più power pop e indie rock rispetto ai precedenti anche se ritroviamo un po’ della vecchia pop punk vibe, ma più nell’intenzione che nella parte musicale, in brani come “Cough It Out” – dalla solidissima melodia accompagnata da una voce più malinconica, diversa(intonata) che mai ci si sarebbe aspettati da Sella – e “Laugh Till I Cry” con il suo testo molto semplice (che mi ha conquistata con la sua metafora linguistica “you stress the modifier while I stress the adjective”) e la batteria superpestata che spezza il brano a metà.

“Help” invece parte subito freschissima con dei bei synth ed i soliti testi descrittivi, quotidiani e di fortissimo impatto.
Dall’immagine iniziale dei discorsi autorassicuranti davanti allo specchio mentre ci si lava i denti, all’irriverente pre-ritornello “this is what I want, motherfucker let it happen for me”  (che tutti citano perché c’è la parolaccia), fino alla frase rivelatrice “Thank you for letting me borrow your jacket it Kept me warm in a cold place”  che porta poi allo snodo finale del tutto che insomma, capitelo voi, mica vi posso spiegare tutto io.

Ma non è solo questo brano, l’album è ancora pieno di testi personali e genuini in cui è facilissimo immedesimarsi ed è questa probabilmente la principale forza dei The Front Bottoms.
Il migliore esempio è “The Plan (Fuck Jobs)” che tra l’altro è anche uno dei miei personal favorite. Volevo citarvene un pezzo per dimostrare la mia tesi ma non riesco a scegliere, quindi ascoltatela e poi commentate questo post con “oh,si, avevi proprio ragione su The Plan”.
Però vi posso citare “West Virginia”, grandissimo brano anche dal punto di vista musicale col suo inizio malinconico che si trasforma in un gran pezzo rock coi i big riff, la batteria pestata e tutto, e gli intermezzi un po’ alla Weezer, e le armonizzazioni male a caso come quelle che c’erano nel self-titled: “I thought I was focused, I thought I had it figured out, how to organize my words good , before they fall right out my mouth”.

Un disco composto da sing along, da energia palpabile e da testi tragicomici fatto da una band sicuramente maturata ma con bene in testa sia le proprie radici che la nuova direzione da prendere.
Un disco che è come un disegno: i suoni e i concetti si concretizzano perché tutti possano prenderli e farli propri.
Per farla breve, un altro ottimo lavoro.

VOTO: 5/5

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