“No Closer to Heaven” by The Wonder Years

di Riccardo Volpe

twyA distanza di due anni dal precedente lavoro, The Wonder Years tornano con “No Closer To Heaven” per Hopeless Records.
Annunciato da riviste del calibro di Kerrang come “album della loro carriera”, i sei ragazzi di Philadelphia sono stati in grado di proiettare la loro ultima fatica in uno scenario più ampio che darà loro la possibilità di accogliere consensi anche al di fuori della scena pop punk, portando pur sempre uno stile inconfondibile che non oscura e non trascura le loro radici, alternando come sempre ritmi più movimentati a vere e proprie ballad da sing along violento ma emozionale.
I tempi di “This Party Sucks” o “Everything I Own Fits in This Backpack” sono finiti, ma è inevitabile notare come il cinismo e la disillusione con cui i testi delle canzoni guardavano il periodo della scuola, delle feste perse nella noia, siano cresciuti in modo morboso diventando una costante della visuale di Dan Campbell che con questo album, a partire dal titolo, ci dimostra come esso sia indirizzato a qualcosa di nettamente più ampio, ovvero la vita di una generazione costantemente colpita e schiacciata da tutto ciò che la circonda, incapace di arrivare al paradiso.

“Brothers &” apre le danze e risulta essere un’ intro dell’ormai conosciutissima “Cardinals”; queste due tracce ci introducono un tema ricorrente e che sta appunto alla base di questo disco, la morte dell’amico della band, Micheal Pelone, deceduto per overdose nell’ agosto del 2010. Questo triste avvenimento che ha sconvolto la band ha permesso loro di regalarci una diretta prospettiva sul tema generale della morte (non per cause naturali) dei nostri più cari amici, quelli che consideriamo fratelli, da cui appunto la frase che verrà ripetuta più volte “We’re not saviors if we can’t save our brothers”. In “Cardinals”, l’atmosfera e il testo sono predominati dai sensi di colpa e dall’impotenza di fronte a situazioni come questa.

“A Song For Patsy Cline” è predominata da un tono più tranquillo rispetto alla precedente ma è capace di emozionare con dei cori di “whoa oh” davvero intensi e per quanto riguarda le lyrics non ci si discosta dal tema principale in quanto viene citata per l’appunto la famosissima cantante americana Patsy Cline, probabilmente per via della leggenda per cui si racconta che prima di morire in un incidente aereo disse a un suo amico che era già stata vittima di due incidenti in cui si era miracolosamente salvata e che secondo lei il terzo si sarebbe rivelato un portafortuna o la causa della sua morte. Altri riferimenti rimandano nuovamente all’amico defunto come la frase “The air in August is heavy with salt and smoke and stings my lungs” o al tema degli incidenti, come “My airbag light’s been on for weeks” (la prima frase del testo); mentre in “I Don’t Like Who I Was Then” vi è un ritorno ai ritmi più movimentati come i Wonder Years ci hanno sempre abituato e ciò la rende sicuramente una delle canzoni più facili da ascoltare in questo disco, ma anche una delle più belle. In questo caso Soupy volge uno sguardo negativo a sè stesso nel periodo della adolescenza, quasi promettendosi e promettendo a chi ama di voler essere una persona migliore, sentendosi in parte tale.

“Cigarettes & Saints” è sicuramente la canzone che rappresenta nel modo migliore il disco, un crescendo di cinque minuti che non risultano affatto pesanti nemmeno agli ascoltatori più “upbeat friendly”. E’ proprio qui che possiamo cogliere il concetto di cui parlavo all’inizio grazie a frasi come “I’m sure there ain’t a heaven but that don’t mean I don’t like to picture there” e alla disperazione del minuto finale di “You can’t have my friends, you can’t have my brothers” dove la canzone esplode totalmente venendo cantata fino allo strazio (Soupy in un tweet ha persino raccontato di essere scoppiato a piangere registrandola) quasi a voler testimoniare quanto la pressione di questa società sia capace di ucciderci senza effettivamente macchiarsi le mani, incolpando proprio ciò che viviamo tutti i giorni e non noi stessi come era stato fatto precedentemente con “Cardinals”.

“The Bluest Thing on Earth” ci regala un ritornello davvero intenso e ricorda le ultime settimane di vita del caro amico defunto, parlando di come avesse già rischiato in precedenza la vita (“A hospital bracelet still tied to your wirst”, “The pills that they fed you” ndr) o di come la sua dipendenza fosse diventata una costante vitale (“You’d been pulling out your flask all night”), tenendo a mente comunque di quanta vita ci fosse in lui (“You used to burn”).

La successiva “A Song for Ernest Hemingway” comincia con dei cori quasi gospel che si ripeteranno anche successivamente, anche qui tornano riferimenti ai volatili tanto cari alla band (il loro logo come sapete è un piccione e la prima canzone di questo disco è “Cardinals” altro nome di uccelli) e a un’altra figura iconica americana: Ernest Hemingway, ricordando in particolare il fatto della falsa notizia sulla sua morte e il suo suicidio commesso con un fucile, conseguenza della sua pazzia dilagante; una canzone dai ritmi veloci e dalla breve durata se paragonata al resto del disco, viene quasi voglia di riascoltarla una seconda volta.

“Thanks for the Ride” sembra parlare di un’altra amicizia che se ne va, pur non sapendo in quale circostanza. Questa canzone a mio parere ricorda lo stile di “The Greatest Generation” e non dispiace affatto. La band non si discosta dal tema principale ma “Stained Glass Ceilings” si focalizza maggiormente sul cinismo e l’ipocrisia sociale che contraddistinguono gli Stati Uniti e se inizialmente questa ballad di quasi cinque minuti sembra annoiare non reggendo il confronto con “Cigarettes & Saints” entra in gioco il featuring di Jason Aalon Butler dei Letlive che nel crescendo finale dà il meglio di sé grazie a un cantato gutturale e potentissimo che si alterna magnificamente alla voce principale.

In “I Wanted So Badly to be Brave” si ha un ritorno a ritmi upbeat e a un ritornello meno complesso ma sempre molto efficace, nonché al tema della fratellanza tra amici (“You weren’t born my brother but you’re gonna die that way”) mentre la successiva “You in January” risulta più anonima paragonata alle altre pur sempre essendo una grande canzone. Il discorso precedente vale musicalmente anche per “Palm Reader”, canzone che a mio parere approfondisce la frase del brano “Hoodie Weather” presente nell’album “Suburbia I’ve Given You All and Now I’m Nothing ([…] “Watching my heroes turn humans in front of me”), con una presa di coscienza nettamente più matura.

L’album si conclude (purtroppo) con la title track, una traccia acustica molto breve che mi lascia decisamente con l’amaro in bocca per svariati motivi: innanzitutto non ho mai amato le ending tracks acustiche perché non mi sembrano in linea con il disco, in secondo luogo il testo, ciliegina sulla torta, rimanda praticamente a tutti gli argomenti predominanti del disco ma lo fa in modo così tranquillo da inquietare, quasi a voler dire che i pensieri che riguardano la morte ce li porteremo fino ad essa, ma non per questo devono essere visti come un deterrente capace di fermare il nostro cammino e il nostro desiderio in un futuro migliore.

Ecco cos’è “No Closer to Heaven”, quel gradino in più che è stato “Suburbia […]” per “The Upsides”, un voler proseguire perché non c’è nulla di più bello di continuare a camminare; l’incompletezza che ci pervade dopo questo ascolto ci vuole dire che la vita è ancora da vivere, nonostante non raggiungeremo mai un paradiso che non esiste.

VOTO: 5/5

best tracks: tutte

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