“A NIGHT IN LONDON WITH ALL TIME LOW” – All Time Low + Neck Deep + Real Friends @ Wembley Arena, London 20-03-15

Di Ilaria Collautti

All_Time_Low_WembleyPrendete una fangirl, mettetela su un aereo in direzione Londra con la sua migliore amica, datele un biglietto per la Wembley Arena il giorno del concerto di Real Friends, Neck Deep e All Time Low e otterrete un sacco di disagio.

Disagio che parte prima ancora di arrivare al luogo, quando la piccola fangirl si struggeva sui dilemmi della vita quali “Andiamo a piedi o in bus?” e “Mi pesa il culo” (si è poi optato per la camminata perché c’era una rara giornata di sole); disagio che continua quando, leggendo sul biglietto “Seated – Entrance SE”, ci si accorge che all’ingresso SE fanno entrare solo gli “Standing”.

Poi si spengono le luci, sale la prima band, la Wembley ancora mezza vuota perché i cancelli sono stati aperti all’ultimo secondo senza lasciare il tempo alla gente di entrare; cominciano i Real Friends che purtroppo – per la mia posizione bastarda e la scarsa qualità audio sempre riservata agli opener – non riesco a vedere né sentire al meglio, ma mi consolo pensando che sono 10 giorni prima me li ero gustati dalla prima fila a Milano.

La setlist è la stessa dello show in Italia e io (aka la povera fangirl) passo tutto il tempo a cantare ogni singola parola, urlare e piangere, interrotta ogni tanto dalle due quindicenni che mi chiedono chi sono quelli sul palco e che canzone stanno suonando.

Bello show ovviamente, mega feels durante “I’ve given up on you” con l’arena illuminata dagli accendini; peccato solo per “Loose ends”, rovinata da un Dan incapace di prendere certe note, e per (come ho già detto) la poca cura prestata ad audio e luci.

foto a caso, tanto mica si capisce chi sta suonando
foto a caso, tanto mica si capisce chi sta suonando

È poi la volta dei padroni di casa Neck Deep, che ero curiosa di risentire dato che a Milano avevano fatto uno show orrido e che non mi avevano mai conquistata; anche qui la scaletta era la stessa, il confronto tra i due concerti è stato facile: decisamente qualità superiore rispetto alla performance del 9 marzo al Fabrique, un Ben decisamente più preciso (ma sempre visibilmente affaticato dopo una certa). Ancora una volta l’highlight del set (scusate, ho un debole per queste cose) è il dolce duetto con Laura Whiteside per “A part of me”, che vede ancora una volta tutta la Wembley illuminata e migliaia di voci che cantavano all’unisono.

Pausa. Una lunghissima pausa separa gli opener dagli headliner, i veri protagonisti della serata, quelli che in pochi giorni hanno fatto sold out in un’arena da più di 12mila posti in occasione delle riprese del loro secondo DVD, a sei anni di distanza dall’epico “Straight to DVD”.
Minuti che non passavano mai e che facevano crescere solo l’agitazione e il nervosismo (per fortuna la mia amica non era seduta vicino a me, avrebbe passato tutto il tempo a dirmi “Guarda che muori” se avesse visto con che foga mi mangiavo le unghie).

E poi eccola, la musica che si spegne e le luci che si abbassano. Urla, tantissime urla di fangirl e fanboy proprio come me, con il cuore a mille e l’hype alle stelle. Lo schermo si illumina e partono delle immagini con una voce che parla – non riesco a capire cosa dice, sento solo la gente che grida –, immagini un po’ in stile patriottico, quelle che fanno un riassunto della storia dagli anni ’50 a ’70, immagini di soldati che tornano a casa dalle famiglie, bandiere che sventolano, la famiglia perfetta, il chaos, qualsiasi cosa in perfetto stile americano per capirci.

11080926_10206615679573379_5427883097106999986_nLe prime note di “A love like war” ed è il delirio.
Gli All Time Low salgono sul palco e la gente comincia a saltare e cantare ogni singola parola. Non la opener migliore del mondo ma almeno non è “Lost in stereo” e poi cazzomene, è cominciato il live della vita e ci sono i fuochi d’artificio!

Giustamente la seconda traccia in scaletta è stata “Lost in Stereo” (di cui Alex ha pure sbagliato una strofa LEL), staccarla dall’inizio poteva essere troppo un trauma ma ancora una volta fottesega perché live gasa tantissimo e mi sono totalmente dimenticata del ginocchio che cede per saltare dall’inizio alla fine della canzone. Seguono poi la più vecchia“Six Feet Under the Stars” e la più recente “Heroes” che come sempre sono una festa e fanno cantare e ballare tutti i presenti, insieme a “Stella” (btw per festeggiare l’ultimo giorno a Londra mi sono bevuta una Stella Artois e per menarmela non ho perso tempo ad Instagrammarla), “Somewhere in Neverland” e “The Trony of Choking on a Lifesaver” che mi fa sempre volare che è una meraviglia.

Quando arriva il turno di “Weightless”, la band propone qualcosa che aveva già sperimentato durante il tour iniziato proprio in Italia, ovvero una partenza in semi-acustico che esplodeva nel full band con l’inizio del ritornello. Versione che non mi fa impazzire ma che, quando inizia a pestare veramente, fa sempre venire i brividi; è indubbiamente una delle migliori canzoni di sempre della band.
A circa metà scaletta, Alex si è spostato su un mini palco a metà arena per le due canzoni acustiche, ovviamente sempre “Remembering Sunday” e “Therapy”; a fargli compagnia nella prima c’era la splendida, dolcissima e mega talentuosa Cassadee Pope, che avevamo già avuto l’onore di sentire nel duetto l’anno scorso per le date italiane degli All Time Low. Che serve dire, troppo brava e troppi feels. 12mila persone che cantavano quelle dolcissime canzoni, cellulari e accendini che si muovevano a tempo. Meraviglioso.

Non ho apprezzato il fatto che fosse tutto così uguale allo “Straight to DVD”, troppo scontato e già sentito; avendo saputo della presenza di Cassadee mi aspettavo – e speravo – in qualcosa di diverso tipo un duetto in versione acustica di “Backseat serenade”. La qualità di “Remembering Sunday” e “Therapy” è comunque stata ottima, non ci sono dubbi, semplicemente speravo che per uno show importante come quello del DVD ci fosse più originalità.

Al ritorno di Alex sul main stage, la band ci ha fatto sentire la prima delle due canzoni tratte dal nuovo album “Future hearts” presenti in setlist, il secondo singolo “Kids in the dark”, che non mi ha mai entusiasmato ma che live rende decisamente meglio, grazie alla bravura da performer degli All Time Low. In ogni caso ero una delle poche a non cantarla, ops!

Le vere sorprese della serata sono le successive “Guts” e “Outlines”, che ospita una quasi inesistente e (azzarderei) insulsa partecipazione di Josh Franceschi – peccato, poteva venir fuori un buon duetto e invece la sua performance non è stata assolutamente valorizzante.

Con l’allegra “Damned if I do ya (damned if I don’t)” la qualità ritorna alle stelle ed è sempre bellissimo battere le mani a tempo, soprattutto quando la gente non sbaglia gli attacchi finali; con “Forget About it” ci divertiamo tutti ad urlare – ognuno con il proprio tempo – il parlato del bridge, prima di tornare a ballare con la romantica “Backseat Serenade” e fare il solito casino quando gli All Time Low portano sul palco i fan per cantare “Time Bomb”. Shout out alle solite stalker inquietanti ed estremamente pazze che farebbero di tutto per prendere la scena, come ad esempio farsi riprendere mezze nude dalle telecamere.

Riportato l’ordine sul palco, i ragazzacci di Baltimora deliziano con la prima traccia estratta del nuovo album – in uscita a breve – “Something’s Gotta Give” e giustamente dai maxi schermi ci mostravano il video che è la cosa più bella del singolo, però big up ancora per gli effetti speciali e i fuochi d’artificio, ho un debole anche per i fuochi d’artificio e queste menate varie.

Alex, Jack, Rian e Zack lasciano il palco, lasciandoci lì in attesa, sapendo che ormai siamo alla fine e che tra poche canzoni quella fantastica esperienza si concluderà.
Tornano più carichi che mai e ricominciano lo show con “The Reckless and the Brave”che, purtroppo, non mi carica tanto quanto altre canzoni, forse a causa del calo di risposta attiva del pubblico, ormai stanco e bisognoso di riprendere fiato tra un salto e l’altro.

Per fortuna la carica per ricominciare a far casino ce la da un vecchio pezzo come “Jasey Rae”, che non fa mai male risentire e che non avevano aggiunto in scaletta per lo show milanese; una bomba, sempre. Ed è sempre da pelle d’oca sentire tutta quella gente che all’unisono canta la parte finale della canzone. Un applauso alle due nigga a fianco a me che, prima che la canzone iniziasse, hanno deciso di andarsene – dopo aver passato la serata sedute ed essersi alzate per cantare solamente “Kids in the dark” e “Time bomb”.

E poi eccola lì, il maggior successo degli All Time Low che da sempre sancisce la chiusura del concerto, quella canzone che qualsiasi fan spera tardi sempre ad arrivare. “Dear Maria (Count Me in)” però è arrivata e, inesorabilmente, ci avvisa che è la nostra ultima occasione per finire la voce che ci rimane, per smettere di pensare alle gambe doloranti e per mostrare tutto il supporto alla band per cui siamo lì.
Il pubblico salta, canta, alza le braccia al cielo e gli All Time Low ci rispondono, suonano, corrono, vengono sparati i coriandoli dai quattro angoli dell’arena, Alex e Jack lanciano le chitarre e salgono, come sempre, sulle transenne che dividono il palco dai fan. Gli ultimi versi, gli ultimi ritornelli prima di tornare sopra il palco e salutarci definitivamente.

Le ultime foto, gli ultimi balletti di Alex su “Uptown funk”, Jack di spoglia e viene preso in braccio da Zack, ci salutano e spariscono nel buio, così some sono arrivati.

Solo ora, ad una settimana da quell’indimenticabile esperienza, riesco a riordinare le emozioni, le sensazioni e i pensieri – ancora tremendamente colpita dalla bellezza di quella serata. La setlist non era di certo la più bella di sempre ma il già noto talento live e la presenza scenica degli All Time Low hanno ugualmente reso lo show apprezzabile al massimo, mai noioso e sempre coinvolgente.

Ora me ne sto a casa seduta sul divano, ripensando ad un altro concerto finito, un’altra esperienza meravigliosa conclusa, un altro show memorabile che sarà per sempre indelebile nella mia mente e che mi riporterà un vortice di ricordi ed emozioni quando stringerò tra le mani la mia copia del DVD.
E potrò dire “Io c’ero”.

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