#19 “Se tu sei un giornalista Kurt Cobain è ancora vivo”

Ci sono dei personaggi famosi/storici che mi stanno simpatici e altri che non posso proprio sopportare. Tipo mi stanno simpaticissimi Enrico IV e Sid Vicious e odio tantissimo Leonardo Da Vinci e Gene Simmons. Ma quello che mi sta più sul cazzo di tutti è Kurt Cobain.

Davvero non lo posso sopportare Kurt Cobain, probabilmente perché ha comprato Sandinista! e gli faceva cagare. Probabilmente perché dovendo scegliere un album dei Clash da ascoltare per essere iniziato al punk rock ha scelto Sandinista!.
Probabilmente perché ha fatto successo solo perché era biondo e figo, o meglio, magari avrebbe fatto successo lo stesso, ma sarebbe stato un successo alla Fugazi, alla Soundgarden ma non sarebbe mai diventato un gruppo di merda generazionale tipo i Sex Pistols.

Detto questo – che altro non era che un’ unpopular opinion da una persona che cerca attenzioni – farò una cosa che è tra i miei hobby preferiti al mondo ovvero fingermi sociologa solo perché ho letto due libri, uno di Jenkins e uno di McLuhan ( posizionandomi nella corrente anti-anti-progressista che non penso esista).

Screen shot 2013-06-04 at 4.51.47 PMNon esistono più le rockstar. La musica è in crisi, le major stanno perdendo importanza mentre ne acquistano le etichette indipendenti. Il guadagno non si ha più vendendo i dischi – dato che si scaricano perché al posto di inventare subito qualcosa tipo iTunes si sono persi quattro anni di tempo a combattere la pirateria come se fosse un mulino a vento – ma attraverso l’attività live, il concerto, l’evento. Scrivere frasi d’impatto sulle magliette è più importante di fare buona musica (che è il motivo per cui nessuno riconosce la superiorità assoluta di Chris Farren ma tutti si vorrebbero comprare la sua maglia “The Smiths”; ed è anche il motivo per cui i Bayside hanno fatto quel lyric video bellissimo per quella canzone bellissima che è Dancing Like An Idiot).

L’editoria è in crisi perché nessuno legge. A parte 50 sfumature di grigio prima che uscisse il film. E Fabio Volo, che è come leggere gli sms quindi non è proprio leggere veramente.

Il cinema sta morendo perché tutti scaricano i block buster direttamente dall’internet oppure li guardano in streaming. E comunque se si deve guardare qualcosa in streaming è sempre preferibile la scelta delle serie tv di Netflix.

Ma toriniamo a noi e al fatto che il magico mondo dell’internet, alla sua velocità, alla sua fruibilità e al fatto che ormai la maggior parte dei contenuti culturali rilevanti sono frutto di produzione bottom-up poiché ciò che importa oggi è la viralità più che la qualità (che è poi il motivo per cui gli As It Is hanno un contratto con Fearless).

Quando ero giovane l’internet esisteva ma non permeava così tanto nella vita comune.
Si usava per fare le ricerche e per chattare con estranei fingendosi persone diverse una volta e poi mai più.

Se ti piaceva suonare e volevi formare una band, sceglievi qualche cover, una dei Blink, una dei Nirvana, una dei Ramones e una degli Offspring così non la fa nessuno e andavi a suonarle nella cameretta o nel garage del tuo amico che aveva la batteria.
Quando poi la band riusciva a suonare a tempo chiedeva a quelli che organizzavano le feste in paese di poter suonare.
Poi se eri bravo e davvero volevi fare le cose seriamente allora spendevi i soldi, andavi in un posto serio a registrare e ti sbattevi un sacco per trovarti le date.

Adesso se vuoi fare una band ti basta strimpellare qualcosa, registrarlo con GarageBand caricarlo online e passare i mesi successivi a chiedere alle persone di mettere mi piace alla tua pagina Facebook e poi il tuo amico che come hobby organizza le date ti fa suonare prima di band straniere anche se sai a malapena accordare la chitarra con l’accordatore.
Questo è il motivo per cui esistono miliardi di band, nessuna riesce ad emergere veramente ma molte riescono ad avere una discreta visibilità anche se solo per i famosi 15 minuti di gloria.

Tutte queste band hanno delle magliette con un logo megafigo, registrano i dischi o in piccoli studi o nella propria cameretta e li vendono ai concerti e su Bandcamp e tutti a dire, wow che figata DIY 4 life.
DIY come simbolo di purezza, genuinità e fatica. DIY come ribellione al sistema delle major che ti consuma e poi ti getta come spazzatura. Quello ha firmato con Universal quindi è un venduto. BUUUUUUU!

Il fenomeno delle fanzine come strumento di stampa dell’underground musicale nasce negli anni 60 e diventa estremamente diffuso una decina di anni dopo, con il movimento punk.
Anche le fanzine inneggiavano al DIY.

Ed eccoci qua oggi, quattro sfigate con un seguito di una decina di più sfigati che hanno fondato aim a trabolmeicher perché ci piace scrivere e parlare di musica, ci piace la nostra scena, vogliamo dedicarle tempo, vogliamo che più gente sappia cosa succede nel nostro piccolo underground pop punk/pop rock/emo revival che trattiamo come un’élite.
In quanto fanzine non siamo professionisti e non siamo professionali, l’abbiamo sempre ammesso (è anche scritto nei nostri about, non siamo una testata giornalistica).
La nostra linea editoriale è più o meno fare tutto a caso e divertirsi facendolo. E ha sempre funzionato perché le band ci inviano i propri lavori; professionisti e non.
C’è chi ha dei presskit bellissimi, coloratissimi e addirittura interattivi, e c’è chi invece ci invia un semplice link al proprio EP su Bandcamp seguito da due righe di biografia in napoletano stretto.
Noi selezioniamo chi ci colpisce, non scriviamo solo recensioni positive, sarebbe stupido, cerchiamo di evidenziare il potenziale di ciascuno, di fare critiche costruttive e contemporaneamente di dare voce al nostro spirito, motivo per cui nelle recensioni sono sempre inserite cose a casaccio come citazioni assurde o aneddoti sul cibo.

E qui arriva il problema. E la cosa triste è che il problema sorge solo in caso di recensione “negativa” e mai in caso di “voto 5/5”:

“Non sono professionali, si credono giornalisti, non sanno scrivere, le recensioni non si scrivono così, non capiscono un cazzo di musica, scrivono perché non sanno suonare niente e sono invidiosi, ecc.”

Ed io non dico che non sia vero. Anzi, all’inizio del paragrafo vi ho detto che è vero, che non siamo professionisti e nemmeno vogliamo esserlo. Siamo DIY, ci piace un sacco il DIY infatti l’abbiamo scelto (non abbiamo nemmeno i pop-up pubblicitari sul sito, amateci).

Ma allora io mi chiedo perché è un problema? Perché se io scrivo articoli e li pubblico online sono trattata di merda per il mio non essere professionista mentre la band che registra in presa diretta 40 minuti degli stessi due power chord e gli stessi tupa tupa sempre in quattro quarti sopra cui qualcuno canta parole diverse in inglese maccheronico, viene trattata (o pretende di esserlo) come una band fondamentale dell’underground locale che merita rispetto e deve essere per forza coronata d’alloro?
Non sono forse non professionisti esattamente come quei poveri sfigati che scrivono sulle fanzine (perché magari amano scrivere e non suonare uno strumento…può succedere sapete? di amare la musica senza avere alcun interesse a crearla)?

Questa è palesemente una domanda retorica.

Nessuno ci obbliga a parlare della vostra band, lo facciamo perché ci va di farlo.
E se non vi piace il modo in cui lo facciamo, fate attenzione a chi mandate le richieste di recensione.

Chelli

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