“Chapter and Verse” by Funeral For A Friend

di Alessandro Mainini
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Ci avevano promesso un disco più simile a quella pietra miliare che è Hours rispetto all’ultimo lavoro Conduit (tradotto, un album più melodico); la promessa è stata mantenuta solo in parte, perché Chapter and Verse, settima uscita dei gallesi Funeral for a Friend, non è certo meno “post-hardcore” del predecessore, pur lasciando qualche spazio in più alla melodia ed anche alla diversità, che probabilmente era ciò che mancava in Conduit (per il resto un gran bell’album).

Tre cose saltano subito all’occhio (anzi, all’orecchio) ascoltando Chapter and Verse. La prima è che la voce di Matt non è esattamente al suo picco di forma, come del resto già dimostrato negli ultimi anni, specialmente nei live; ma questo non è esageratamente un problema se si parla di un album hardcore in cui l’aggressività e l’energia sprigionate sono di almeno uguale importanza rispetto alla qualità dell’esecuzione. La seconda è che la produzione (Lewis Johns, già all’opera tra gli altri con i Gnarwolves) continua nel solco di Conduit andando a ricercare non certo la pulizia del suono quanto più il tentativo di catturare l’energia del momento come se fosse la registrazione di un concerto, e forse è in parte questa scelta a mascherare la promessa somiglianza con Hours, che invece era stato prodotto negli States da Terry Date: in pratica, musicalmente questo disco è molto più simile ad Hours che Conduit, vero, però per come è stato registrato a un primo ascolto si rischia di non notarlo perché Hours era molto più pulito e questo è più grezzo. La terza è che rispetto a quei 29 minuti di ininterrotta aggressione sonora che è Conduit, Chapter and Verse diversifica il sound proponendo addirittura una canzone con sole voce e chitarra, Dear Brother, e una conclusiva molto introspettiva, quasi emo anni ’90, anche per il titolo: The Jade Tree Years Were My Best.

Si fa un confronto specialmente con Conduit perché con una band come i FFAF che ad ogni uscita stravolge il suo sound diventa arduo paragonare ogni album, soprattutto quando la discografia comincia ad allungarsi, ma in questo caso si può dire che il passaggio da Conduit a Chapter and Verse sia molto meno “traumatico” che quello da Welcome Home Armageddon (2011) a Conduit stesso, o da Hours a Tales Don’t Tell Themselves (2007). Canzoni tirate e aggressive come in Conduit ce n’è a volontà, a partire dal minuto e quaranta di Modern Excuse of a Man che può ricordare Grey o la title track di quel disco, o dal primo “singolo” pubblicato You’ve Got a Bad Case of the Religions, che ha un ritornello travolgente che forse sarebbe andato forte una decina d’anni fa e un testo che farebbe discutere se fosse di una band più famosa: I’m so happy I don’t believe in anything / The fakeness that you choose to live your life by, it means nothing to me.

I testi appunto sono una parte importante dell’album, e da buon disco post-hardcore non possono mancare le critiche alla società capitalista (come in Inequality, per il resto una canzone abbastanza uguale alle altre) e ai comportamenti meschini ed egoistici di molte persone, un po’ sulla scia di quanto fanno i Boysetsfire -band amica dei Funeral e gruppo preferito di Matt- ma come in realtà anche i FFAF hanno occasionalmente fatto nella loro storia (il video di History contro la Thatcher, ad esempio).

Highlight dell’album sono sicuramente le già citate Religions e Jade Tree, la traccia tre Pencil Pusher, spinta dal ritornello più catchy e convincente del disco e da una progressione sullo stile di una delle migliori canzoni di Conduit quale è High Castles, e infine la prima canzone Stand by Me for the Millionth Time che è emotivamente la più intensa e nel ponte prima dell’ultimo chorus ricorda quasi una canzone dei La Dispute. Decisamente consistente anche la traccia fantasma che appare in chiusura del disco, dal marcato sapore metal. 1%, di cui è stato girato un video, ha delle bellissime strofe che richiamano sì i tempi d’antan della band, ma poi si perde in un ritornello poco creativo che rovina tutta la situazione. La sezione centrale dell’album comprende After All These Years Like a Light Bulb Going Off in My Head (che dopotutto è un titolo bellissimo, vero?), Modern Excuse of a Man ed Inequality, ma suona un po’ ripetitiva e senz’ altro non innovativa, prima di concludere il disco con l’acustica Dear Brother, pezzo carino ma che sembra un po’ corto e “buttato lì” rispetto al resto dell’album con cui c’entra poco, Donny che nel titolo richiama Sonny presente su Hours, e The Jade Tree Years Were My Best che fa fare un salto di qualità al disco e piacerà ai fan di band come i Sunny Day Real Estate.

In sostanza, i punti di forza dell’album sono la maggior varietà dimostrata rispetto al recente passato e la scelta di seguire una strada più melodica che meglio si addice alla tradizione della band e che riesce particolarmente bene in almeno 3 o 4 canzoni che spiccano nel disco. Anche l’impegno preso da Matt nel creare dei testi con un messaggio e un significato reale va senza dubbio elogiato, pur se alcuni a dire la verità sembrano un po’ scontati nella scelta delle parole. La produzione sporca che tanto bene funzionava per Conduit invece in questo caso rischia di mascherare la melodia che caratterizza molte canzoni dell’album, ed unita alla poca originalità di certe tracce di metà disco lascia all’ album un senso di incompiuto: un buon disco con alcune ottime tracce ed altre meno notevoli, ma anche la sensazione che come il predecessore Conduit abbia poco valore continuato nel tempo (lasting value, come direbbero gli inglesi).

BEST TRACKS: Pencil Pusher, The Jade Tree Years Were My Best

VOTO: 3/5

 

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