“The Endless River” by Pink Floyd

Pink_FloydDi Leonardo Passari

Sono anzitutto onorato di poter raccontare l’ultima fatica della più grandiosa band della storia della musica. L’ultimo salto nel vuoto, l’ultimo viaggio musicale negli angoli più remoti e bui del cosmo a venti anni di distanza da “The Division Bell” e a più di quaranta da “The Dark Side Of The Moon”. Ci sarebbero libri e libri di parole che mai risulterebbero noiose per spiegare quello che sono stati iPink Floyd a partire dal 1967, cambiando tre o quattro volte leadership, rinnovandosi continuamente senza mai perdere nulla, senza mai disonorare il loro nome e quello di chi questa band l’ha resa grande nel tempo, da Syd Barret, passando per l’uscita di Roger Waters fino all’ultima morte del leader silenzioso Richard Wright.

Rimangono ora solo David Gilmour e Nick Mason, con l’ardua impresa di tenere alta la bandiera e il peso che il loro nome comporta, a rispolverare vecchie melodie di Richard Wright di vent’anni fa e farle proprie di questi anni, portando sempre qualcosa all’avanguardia, cioè guardando avanti come i Pink Floyd hanno sempre fatto.

 

A guardare avanti c’è sempre qualcosa da scoprire, c’è l’infinito, un fiume infinito che da il nome all’album e che nell’artwork prende le forme di una distesa di nuvole percorsa da un uomo in barca in una scena tra il biblico e il romantico, sullo stile del “Viandante sul mare di nebbia” di Friedrich.

L’album è diviso in quattro lunghe sezioni prettamente strumentali con pochissime eccezioni, in cui – caratteristica tipica di quasi ogni composizione dei Pink Floyd – è impossibile scindere ogni canzone dalla successiva, nonostante molti pezzi abbiano una lunghezza che spesso non supera i due minuti.

 

Side 1: Dopo che “Things Left Unsaid” apre il viaggio portandoci lentamente dal silenzio prima dell’inizio all’immortale tappeto sonoro delle tastiere di Wright, si aggiunge a poco a poco la chitarra e comincia “It’s What We Do” sulle tube in pieno stile “Shine On You Crazy Diamond” fuse in un ritmo che ricorda però il sound di “The Wall” che ci da la costante impressione che Roger Waters stia realmente suonando il basso accompagnando il lungo assolo.

 

Side 2: Le successive tracce che compongono il side two alternano lo strumento guida delle melodie, prima alla chitarra, poi alla leggendaria batteria di Mason e infine a chiudere la seconda sezione con “Anisina” che esplode in un trionfo di suoni dapprima dominato dall’organo e poi da un lunghissimo e gioioso assolo di sax.

 

Side 3: Ritorna l’atmosfera cupa e tesa che si apre sul fantastico titolo di “The Lost Art Of Conversation” per passare ad un dialogo chitarra-basso e finendo poi alle nostalgiche “Allons-Y (1)” e “Allons-Y (2)” chiaramente floydiane ma ancor più chiaramente figlie ancora una volta di “The Wall”, un fatto da mettere in evidenza dato che “The Wall” fu il cd che Roger Waters costruì a sua immagine e somiglianza e per chi non lo sapesse l’ultima dichiarazione di RW riguardo i Pink Floyd risale a qualche giorno fa ed è stata “Con il nuovo album dei Pink Floyd non c’entro proprio niente: li ho lasciati nel 1985, 29 anni fa”.

Il side three si chiude forse con la più grande curiosità dell’album, ossia il già annunciato “featuring” o per meglio dire campionamento della voce di Stephen Hawking nella traccia che porta il suo nome, “Talkin’ Hawkin'”.

 

Side 4: L’ultimo tratto del fiume infinito è occupato ancora da musica ambient, talvolta accompagnata da cori vocali e più spesso dagli eterni bending di David Gilmour, a mio modesto parere forse il più grande chitarrista della storia. Una menzione particolare va affidata all’ultima vera traccia, pubblicata come singolo ormai quasi un mese fa, “Louder Than Words”, che emoziona proprio per ciò che rappresenta, cioè l’ultima frase dell’ultimo capitolo; la musica dei Pink Floyd è sempre andata oltre gli standard di ogni musica mai creata prima e forse anche dopo, ed è sempre stata più potente delle parole.

 

“It’s louder than words

This thing that we do

Louder than words

The way it unfurls.

It’s louder than words

The sum of our parts

The beat of our hearts

Is louder than words

Louder than words.”

 

Best Track: “It’s What We Do”, “Louder Than Words”

 

Vote: 4/5

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