“We Don’t Have Each Other” by Aaron West and the Roaring Twenties

AARONDi Elisa Susini

Quando si parla di Soupy (Dan Campbell dei The Wonder Years) io perdo un po’ la testa perché è un punto di riferimento per me, per le cose che scrive, per come le scrive, per quello che dice e mi fa davvero scendere molte lacrime quindi immaginatevi un po’ quando ha fatto uscire la notizia che avrebbe rilasciato un concept album sotto lo pseudonimo di Aaron West & The Roaring Twenties su una storia fittizia che aveva in mente da tanto tempo e che avrebbe voluto raccontare in musica. L’album si intitola “We Don’T Have Each Others” ed è uscito l’8 luglio.

Il sound ovviamente non è agli antipodi di quello dei The Wonder Years, è solo più soft, più acustico, anche più country volendo; si riconosce lo stile di Soupy ma non vedrei la cosa come una critica, anzi, mi sembra anche abbastanza normale visto che c’è lui dietro questo album.
Mentre nei The Wonder Years parla della sua vita, con Aaron West si sdoppia raccontandoci una storia che inizia in un appartamento di Brooklyn, “Our Apartment” quando il protagonista viene lasciato bruscamente dalla ragazza, Dianne, ed inizia ad analizzare la propria vita senza di lei.
In “Grapefruit” Aaron West affronta la rottura in malo modo buttandosi sull’alcool e pensando a tutto quello che avrebbero potuto fare insieme se non si fossero lasciati. Per smaltire la sbronza decide di passeggiare per le strade di Brooklyn che portano verso Astoria ed in “St. Joe Keeps Us Safe” vede una macchina uguale a quella di suo padre. Da lì inizia a pensare alla sua infanzia col padre che adesso non c’è più ed anche in “You Ain’t No Saint” torna la figura del padre con cui si rapporta in base ai ricordi che ha di lui e grazie a questo analizza meglio anche se stesso.
Il pensiero del padre porta Aaron a fermarsi a casa di sua mamma per parlare con lei, che lo incita a prendere la macchina e scappare da questa situazione che lo blocca a New York.
Parafrasando “Runnin’ Scared”: “I keep thinking that I’ll feel better when it’s warmer across state lines / I’m gonna go to Georgia.I’m gonna smile in the sun.“
Durante il viaggio, in “Divorce and the American South”, Aaron pensa a Dianne e parla direttamente a lei incolpandosi per come è andata finire. Pensa di tornare indietro ma in realtà non lo fa e continua a guidare verso la Georgia.
“The Thunder bird Inn” è una fermata importante ed è anche una specie di epifania per il protagonista perché “A homeless man tells me god’s got a plan for me and that it’ll be alright and the owner’s been giving me a break on my rent this week. I didn’t know that I looked that pathetic.”
Il senzatetto impietosito che lo rassicura dicendogli che dio ha un progetto anche per lui fa scattare un altro tema importante di questo concept album: la religione. In un viaggio verso l’american South la religione non può mancare perché è una componente importante della vita del sud degli Stati Uniti, ed in “Get Me Out of Here Alive” viene affrontata brillantemente: “I’m starting to believe there’s a God and he hates me / I’m startin’ to believe that my mom lied about grace, divinity / and it hurts like the sunburn / Only faith I had left was a lie.”
“Carolina Coast” è ufficiosamente la fine del viaggio: Aaron arriva sulla costa, osserva il mare, l’orizzonte e fino ad allora aveva solo pensato di voler affogare da quando Dianne lo ha lasciato ma nel vedere una barca che si mantiene a galla in mezzo alla marea e alle onde, la paragona alla sua situazione e realizza che “there’s a boat fighting tide / but somehow it keeps floating / And I guess I feel better then.I won’t lay down and die.”
In realtà il disco non è ancora concluso perché Soupy ha aggiunto come bonus track una cover di una bellissima canzone dei Mountain Goats che non poteva essere più adatta perché è come se fosse stata aggiunta per chiudere veramente il cerchio. Con “Going to Georgia” Aaron West finalmente è libero e “The world shines as I cross the Macon county line going to Georgia.”

Ragazzi questo album non è per tutti, è veramente profondo; mentre lo ascoltavo mi sembrava di leggere un libro, le parole che ascoltavo prendevano vita e mi immaginavo ogni singolo frammento del viaggio di Aaron West on the road per ritrovare se stesso.
Il nostro Soupy ha vinto anche stavolta. Un lavoro come questo mi rende davvero fiera di lui e lo conferma come il più grande songwriter della nuova generazione, in grado di scrivere canzoni così toccanti e personali nella sua band ma in grado anche di raccontarci una storia semplice ma stupenda come questa con un retrogusto di raffinata letteratura americana.
Fino ad oggi nessuno aveva ancora osato fare tanto, ma Soupy invece lo ha fatto come sempre a testa bassa e senza grandi pretese ma questo passo successivo della sua carriera lo fa davvero salire moltissimi gradini più in alto rispetto all’invasione di band pop punk scontato e con poco da dire che popola la scena attuale.
Dopo il primo ascolto del disco, qualche giorno fa, ho detto una cosa che ripeterò qui: Soupy è come Re Mida solo che oltre a trasformare in oro tutto quello che tocca lo trasforma anche in lacrime.

voto: 500/5

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