I Almost died but I’m here (era così?) – MxPx All Stars + Kristopher Roe @ Lo Fi Milano 02-05-14

mxpxDi Michela Rognoni

Ormai lo sapete che quando ci sono di mezzo gli Ataris qua non capiamo più nulla, figuriamoci se di mezzo ci sono anche gli MxPx, praticamente ci mettiamo sulle spalle lo zainetto della Seven pieno di bricchi di estatè e panini col salame e torniamo alla scuola media solo per fare i punk all’intervallo. 

Doveva piovere e forse per mezzo secondo ha piovuto veramente ma di base faceva caldo e si stava bene in maniche corte anche alle dieci di sera. Nessun opener locale previsto per questa serata di feels a livelli troppo elevati per sopravviverci, ma abbastanza tempo per incontare  de iperfetti sconosciuti e diventarci lifetime friends.

 
krisPerché quando “Kristopher Roe from a band called The Ataris” sale sul palco esuona con la sua chitarra acustica sottosopra i brani che ci hanno accompagnatopasso per passo nella nostra adolescenza (e un paio di quelli che ciaccompagneranno adesso nell’età adulta), è come se dal cielo piovesse unaqualche sostanza stupefacente che ti fa dimenticare i problemi, le paranoie, lavita reale e ti lascia nel nirvana lasciandoti sentori di pace nel mondo percui la smetti di odiare il tuo vicino che le parole di In This Diary nemmeno lesapeva. 
Viaggi nel passato con “Fast Times At Dropout High” e “Your Boyfriend Sucks”,le all time favorite estratte dal masterpiece “So Long, Astoria” e unnostalgico sguardo al presente/futuro con “15-12-10”. 
E tra un brano e l’altro, il vecchio Kris sembra anche più entusiasta delsolito, regalandoci battute ed aneddoti sui suoi brani, sulla sua vita e sui NoUse For A Name. 
Quindi direi che lo perdoniamo se non si ricorda più gli accordi di “Life MakesNo Sense” (la ragazza che l’ha richiesta ha vinto tutto dal mio punto divista).  

 

Giusto il tempo di un sorso di coca zero ed eventuali selfie con Kris davanti al merch (disegnato da Cody Payne – lo diciamo perché è importante) che Mike Herrera è già sul palco con le sue all star, i Cancer, dalla svizzera, ad aprire un set divertentissimamente catastrofico con “Tomorrow Is Another Day”.

Non mi fermerò a parlare di quanto ci facciano ridere le discendenze messicano/gallesi di Mike (invece l’ho fatto, sono proprio mattacchiona) e proseguirò senza ulteriori indugi con il mio racconto. 
Nella prima parte del suo set già la folla impazzisce con salti, circle pit, e chi più ne ha più ne metta perché alcuni dei più begli inni generazionali “My Life Story”, “First Day Of The rest Of Our Lives” e “Move To Bremerton” vengono suonati in quest ordine, tutti d’un fiato. 
Ed i toni non si smorzano nonostante tutto sia sopra il palco che sotto si stia (auto)distruggendo. Da “Aces Up” fino a “Wrecking Hotel Room” non si smette mai di saltare, nemmeno quando Mike sta parlando, raccontando, inventando cori da stadio. 
Fino al momento acustico. Mike da solo sul palco con la sua chitarra e le parole delle sue canzoni, i singoli dei Tumbledown che secondo noi qua in Italia nessuno conosce, ma soprattutto “Quit Your Life”. 
Il tempo di respirare insomma e poi si riprende a mille con “Heard That Sound” e poi “Secret Weapon”, “Chic Magnet”, “Responsibility” e se fino a quel momento qualcuno era resistito a lanciarsi nel pit, l’avrà sicuramente fatto sulla closing track “Punk Rawk Show”. 

20 anni di carriera magistralmente riassunti in uno show che ha saputo accontentare e divertire anche i fan più difficili, anche quelli che fino all’ultimo avevano sperato che su quel palco sarebbero saliti anche Tom e Yuri. 
Non ci sono storie, davanti a uno show del genere, con tanta energia, tanti amici, e tante pizzette non ci si può lamentare. 
Mi sembra un buonissimo compromesso non trovate?

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