The Wonder Years + Mille Altre Bellissime Band Live @Culture Room, Fort Lauderdale

us-admatLo sappiamo tutti che, qualsiasi sia la nostra stagione preferita, la primavera porta sempre belle cose. Quest’anno per me ha portato fine a un’astinenza da concerti, cosa di cui avevo tanto bisogno. Era da agosto 2013 che non andavo a un vero e proprio live, causa posizione geografica (n.d.a. sto vivendo fino a luglio in un’isoletta dei Caraibi bella ma noiosa e senza punk rock), ed il piano di andare negli Stati Uniti per vedere alcune delle band più forti della scena pop punk era più che allettante.

Sono onesto, a me i The Wonder Years non piacevano più di tanto fino a solo un anno fa. Col tempo però mi sono innamorato del loro disco “Suburbia, I’ve Given You All and Now I’m Nothing”, visto quanto mi rivedevo in certe canzoni (vedi ‘Came Out Swinging’). All’inizio anche se lo ascoltavo spesso proprio non riuscivo a farmi piacere il resto del disco; poi per fortuna, grazie anche alle riproduzioni casuali dell’iPod, ho iniziato ad apprezzare gli altri record della band di Philadelphia, fino al punto in cui sapevo cantare tutte le canzoni a memoria e non desideravo altro che fare stage diving e finger pointing ogni volta che partiva ‘New Year’s with Carl Weathers’. Questo, unito ad un amore improvviso sorto verso la fine del 2013 per un’altra band venuta dalla bellissima scena del South Philly (i Modern Baseball), ha fatto sì che fosse inevitabile farsi il viaggio fino alla regione più tropicale degli Stati Uniti per vederli live.

E ora parliamo del concerto, partendo dalla mia solita sfiga. Il “Greatest Generation Tour”, primo full US tour dei Wonder Years in support all’ultimo album “The Greatest Generation”, vede la band di Philly come headliner, con supporter del calibro di Fireworks, Citizen, Real Friends e Modern Baseball, tutti nomi importanti della nuova ondata pop punk. Tra tutte le circa 50 date del tour i Fireworks erano banditi da un solo locale. Infatti, qualche anno fa, in un tour dove facevano da supporter ai Polar Bear Club, suonarono al Culture Room di Ft. Lauderdale, FL, dove si è svolto il concerto a cui ho assistito io. Al Culture Room esiste una regola principale: i fan non possono salire sul palco. Se per qualsiasi ragione qualcuno finisce sul palco, viene cacciato via. I Fireworks, da bravi panc rockers, non erano d’accordo, e chiesero ai fan di salire tutti sul palco. 2 minuti e il Culture Room aveva spento l’audio e cacciato via la band. Anni dopo, i rancori non si dimenticano ed i Fireworks non possono suonare. Le band che vedo diventano quindi 4. La consolazione è che non sono un grandissimo fan dei Fireworks, quindi per me è sì una gran perdita, ma alla fin fine una band in meno da guardare.

Dopo un bel weekend in giro per la bellissima città di Miami, alle 15.30 di domenica 6 aprile punto dritto al Culture Room. La fortuna vuole che cercando l’uscita del parcheggio in un mall di fianco al locale io trovi nientemeno che Soupy, cantante dei TWY. Mi fermo, lo saluto e gli spiego che son venuto dall’Italia, al che lui sorride, mi abbraccia e mi chiede se voglio una foto o farmi firmare qualcosa. Parliamo ancora un po’, dove mi spiega quanto gli è piaciuta l’Italia il giorno del loro concerto a Milano a novembre, e poi ci salutiamo. A questo punto mi dirigo al Culture Room per davvero, dove c’è già una bella fila, e condivido dei Mountain Dew (soft drink che va molto in America) con delle ragazze ed il tour manager dei Modern Baseball. Alle 18 viene dato l’annuncio dell’apertura delle porte, ci alziamo tutti dal marciapiede e lentamente entriamo uno per uno al locale.

Il Culture Room è piccolo, e diventa impossibile muoversi visto che lo show è totalmente sold out. Anche se non esistono transenne, il palco è molto alto (1 metro e 50, direi) e dietro c’è un impianto video con degli schermi che non ti aspetteresti di vedere ad un locale del genere; sembra qualcosa che vedresti più facilmente dietro ad una band alt rock in uno stadio, e devo dire che toglie un po’ all’atmosfera di un concerto pop punk tutto al buio. Da notare il fatto che appena entriamo viene dato a tutti un foglietto in cui si ammoniscono i partecipanti: chi finisce sul palco, anche per sbaglio, viene cacciato, fine della storia.

10256323_550586301721882_2522468375862281151_nDopo un giro di acquisti al merch table dei Modern Baseball mi fiondo tra la gente, con in mano una bandierona italiana che dice “Aim A Trabolmeicher Loves Modern Baseball and Steady Hands” (gli SH sono il side project del batterista dei MoBo), ma sono ancora troppo lontano per tirarla sul palco. Nonostante ciò, dopo un cortissimo line-check, dal momento in cui Jake Ewald (uno dei due guitar player e lead singers dei Modern Baseball) attacca con la linea “When I was just a boy, we’ll call it 15 or so…” dell’opener ‘Tears Over Beers’, mi ritrovo catapultato in terza fila a cantare a squarciagola assieme alla band e ad un pubblico visibilmente contento. A quanto pare, non sono io l’unico ad essere sorpreso, dato che lo stesso Jake si interrompe tra una strofa e l’altra per dire, imbarazzato ma felice e tanto grato, “oh, guys!”, e non può non scappare un sorriso. A metà della canzone tiro la bandiera italiana sul palco di fianco a Jake, che ringrazia.

Il set va avanti con la nuova fan-favourite ‘Broken Cash Machine’, dal loro secondo disco “You’re Gonna Miss It All” uscito solo due mesi fa, la meno conosciuta ‘It’s Cold Out Here’, e ‘Rock Bottom’. Alla fine di quest’ultima Jake raccoglie la bandiera che ho lanciato, la legge e la fa vedere a tutti. Dal pubblico sento diversi “Oh! A Mexican flag!”, e mi sento in dovere di rispondere “No, idiots! Italy! Pizza”, al che tutti ridono e capiscono. La band ringrazia, mette la bandiera sulla grancassa della batteria e si continua. Dopo ‘Charlie Black’ e ‘Two Good Things’, entrambe tratte dal nuovo album, i Modern Baseball riprendono il singolo del loro primo record, ‘The Weekend’, dove ci si abbraccia tutti, sconosciuti e non, e sale anche Dan dei Real Friends a cantare coi MoBo. Festa! Infine, si chiude con ‘Your Graduation’, con le guest vocals del batterista della band, nonché cantante degli Steady Hands, il grande Sean Huber. “Remember all those countless nights when I told you I loved you, and you’d never forget it? Oh, just forget it!” canta Sean seduto dietro la sua batteria, aiutato da tutti i fan presenti nel pubblico. Finita la canzone i Modern Baseball ringraziano e scendono velocemente dal palco. Erano stati una delle ragioni principali per la mia presenza quel giorno, e non hanno assolutamente deluso. Se li amavo prima, ora li amo ancora di più e spero solo di vederli presto in Italia come headliner. 25 minuti per una band del genere sono troppo pochi.

Dopo i Modern Baseball cerco di muovermi tra un locale in netto over-booking, e prendo una bottiglietta d’acqua che mi costa ben 3 dollari (se contate che ne ho bevute 3 durante la serata la spesa è netta…), prima di tornare dentro a guardare, stavolta un po’ in disparte per riposare corpo e voce, i Citizen. Tolti i Fireworks, i Citizen sono la band che meno mi interessava, quindi me li son visti da un lato, da dove ho notato che l’impianto audio del locale non era purtroppo il massimo. Dopo l’apertura con ‘The Night I Drove Alone’, seguita da ‘Roam the Room’ e ‘Drown’, si sente un feedback noioso ed incessante che ha accompagnato la loro performance. Mat Kerekes, che indossa una maglia con la X di straight-edge, canta molto bene, ed anche i suoi colleghi agli strumenti non scherzano. Hanno una presenza da palco buona, anche se non ti aspetteresti dei movimenti così da una band emo/pop-punk. Molto metalcore, diciamo. Anyway, per la fine dell’ultima canzone del set, ‘Summer’, mi butto nel circle pit per godermi l’unica che conoscevo davvero della band e decido di rimanere dentro fino all’arrivo dei Real Friends.

10176084_550586441721868_5254888290986719091_aSalgono presto sul palco, ma purtroppo il line-check è interminabile ed i Real Friends ci mettono un po’ a far partire la loro esibizione. Solo all’ultimo entra Dan Lambton, il vocalist, che rimane dietro a parlare con la security mentre tutti attendevamo la sua salita sul palco. Nel frattempo, Kyle, bassista e lyricist della band, aggiusta tutto quel che deve aggiustare e dopo minuti interminabili si abbassano le luci e sale anche Dan. 20 secondi di luci basse e si parte con ‘Floorboards’, tratta dall’EP “Everyone That Dragged You Here”, ed a ritmo di “sleepy eyes” e “bony knees” sotto il palco si scatena il delirio. Con ‘Alexander Supertramp’, corta ma molto aggressiva, la gente inizia a fare crowd surfing, nonostante il divieto del locale. Non resisto nemmeno io, e a ‘Skin Deep’ tento la mia fortuna, perché non potevo andare negli Stati Uniti ad un concerto del genere e non crowdsurfare nemmeno una volta. Tempo di “I’ve got this lonely nights, and Jimmy Eat World” ed io sto volando sopra la gente. Purtroppo alla fine mi ritrovo sul palco, e la security mi prende subito e prova a dirigermi verso l’uscita. Con un po’ di fortuna riesco a convincere l’uomo a darmi un’altra opportunità, me la scampo con un avvertimento e sono subito di nuovo sotto il palco.

Con ‘Lost Boy’ e ‘Anchor Down’ si scatena Kyle Fasel, il bassista, vero portavoce dei Real Friends, che sale sopra gli amplificatori ed incita tutti a cantare le parole che ha scritto lui. Di tutta la band posso dire che purtroppo solo lui e il cantante, impeccabile alla voce, si muovono tanto e bene sopra il palco, mentre gli altri rimangono fin troppo statici nelle loro posizioni. Il set prosegue con ‘Dirty Water’ e la old song ‘Home for Fall’, prima di calmarci un po’ tutti e guardare Dan dare il suo meglio al microfono con la lenta ed emozionante ‘I’ve Given Up for You’. Gli addetti video del locale mettono un close-up della sua faccia contorta mentre canta sugli schermi dietro alla band, e lui stesso se ne accorge dopo un po’, sorridendo. Kyle quindi si diletta in un discorso degno di Soupy Campbell dei Wonder Years, e ci dice che nonostante le cose possano sembrare difficili ed insormontabili, la musica non ci lascerà mai. Le sue parole introducono la closer del loro set, e la band ci saluta con una accesissima ‘Late Nights in My Car’, singolo dell’ultimo EP, che coinvolge tutte le persone del pubblico in un sing-along lungo 3 minuti. La band saluta e poco dopo il palco viene sgombrato per fare spazio agli headliner.

10007030_550586778388501_3100493704508523305_nChiunque ascolti almeno un po’ della nuova ondata del pop punk sa benissimo chi sono i The Wonder Years, e con la loro catchiness, le lyrics super personali ma pur sempre rapportabili a tante situazioni della vita di un qualsiasi pop punk kid, piacciono bene o male a tutti. La sera del 6 aprile la band sale sul palco e parte con ‘There, There’, opener forse un po’ troppo lenta che apre anche l’ultimo album. Soupy è subito affiatato con il pubblico, ha per qualche strana ragione due microfoni (uno da tenere in mano e l’altro fisso sopra il mic-stand), ed anche il resto della band dimostra tutta l’esperienza che ha con una gran presenza scenica, la migliore della serata. Il caos inizia quando si prosegue con il primo singolo tratto da “The Greatest Generation”: ‘Passing Through a Screen Door’ fa perdere la voce a tutti, che però non si arrendono. Anzi, ‘Local Man Ruins Everything’, che è la canzone di ogni fucked up kid presente al concerto, l’inno di chi “had to take his own advice and did”, tira fuori il meglio da tutti i presenti. Su questa canzone ci sono le prime back-up vocals di Josh Martin, bassista della band, che io dico sempre vedrei benissimo come lead singer in una band orgcore punk (ed anche oggi ho trovato la mia scusa per dire “orgcore”). ‘Woke Up Older’ è la prima delle canzoni esclusiva di questa setlist, una delle 3 scalette che la band sta alternando per i concerti di questo tour. Non siamo in tanti a cantare ‘Me Vs. the Highway’ poi (anche se io avrei preferito ‘Elegy for Baby Blue’ tra i b-side, ma era presente in una delle altre scalette e non questa), ma poi ‘Raindance in Traffic’ e sopratutto ‘Everything I Own Fits in This Backpack’ risvegliano un po’ tutti e la magia non cala. Poco prima, la band suona anche ‘Melrose Diner’, di cui Soupy ci racconta che in realtà il titolo è stato scritto perché il diner si trovava vicino alla casa della persona su cui era stata scritta la canzone. In realtà, a detta sua, il cibo di Melrose Diner fa totalmente schifo, ma ora è spesso pieno grazie a loro che ci han dedicato il titolo della canzone. ‘Dynamite Shovel’ è poi un delirio, un minuto in cui c’è tutto tranne che tempo per respirare. La linea sulla Westboro Baptist Church poi sono orgoglioso di dire che è rimbombata attraverso la stanza da concerto.

1972371_550586138388565_6508083741002371680_n‘The Devil in My Bloodstream’ poteva essere un momento per respirare ma non lo è, dato che anche Soupy fa fatica a sentirsi sopra le nostre urla. Tra ‘Cul-De-Sac’ ed il recente singolo ‘Dismantling Summer’ Soupy viene spesso verso di me, prima specificamente avvicinandosi a battermi il 5 e poi a passarmi per qualche secondo il microfono nella seconda canzone. In mezzo a queste due ed al casino che provoca ‘Don’t Let Me Cave In’, Soupy lascia il microfono ad un ragazzo presente al concerto, che chiama la sua ragazza, con l’aiuto di due amiche, per chiedergli di andare al prom delle superiori con lui. Un’esperienza più americana di così non potevo averla! Intanto, la fine del concerto si avvicina, ma al Culture Room nessuno vuole arrendersi. Soupy introduce ‘Washington Square Park’ chiedendo di fare il sing-along iniziale della canzone (il migliore mai esistito), ed anche se al locale siamo solo circa 600 persone facciamo la nostra porca figura quando urliamo tutti assieme “I’m looking for the upsides, to these panic-attack nights”. Era una delle canzoni che più volevo urlare e penso sia stato quello il momento in cui ho perso definitivamente la voce. L’ultima canzone pre-encore è la mia preferita, ‘Came Out Swinging’, e mentre Soupy canta “I’ve spent the winter writing songs about getting better, and if I’m being honest, I’m getting there” io ho quasi voglia di piangere della felicità. Loro poi fanno finta di aver finito, ma bastano un po’ di “one more song!” per farli tornare sul palco a suonare l’infinita ‘I Just Want to Sell Out My Funeral’. Al primo ascolto sembra anche un po’ troppo lunga, e forse lo è, ma è il riassunto perfetto di un grandissimo album, e ce ne sono poche di canzoni che trasmettono l’emozione di questa.

Insomma, i Wonder Years sono arrivati nella mia vita al momento giusto, e questo concerto rappresenta una grande soddisfazione dopo gli ultimi 12 mesi un po’ deludenti. Se a luglio, quando tornerò dove voglio essere, mi sveglierò cantando “Hey Jess, I woke up older carrying two years in the bags under my eyes”, ma sarò anche solo minimamente felice, sarà in gran parte grazie a questa band. Se avete letto fin qua probabilmente non avevate niente da fare, ma io vi dico che questa è stata una grandissima esperienza e la rifarei mille volte, nonostante il giorno dopo mi sia svegliato senza sentire gli arti inferiori e con una depressione post-concerto che durerà fino a luglio.

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