“The Greatest Generation” by The Wonder Years

Di Massimiliano Penzani

the-wonder-years-the-greatest-generationI The Wonder Years si formano nel 2005 a Landsale, Pennsylvania. Entrano subito a far parte dello scenario pop punk grazie ai numerosi split con band del luogo che li portano oltreoceano in tour.
Al ritorno dal tour in Inghilterra la band firma un contratto con la No Sleep Records, con la quale registra il primo album: “Get Stoked On It” (2007). Nel 2008 esce un altro split: “Won’t Be Pathetic Forever”, che riscuote un successo strepitoso tra gli amanti del genere e allarga la fanbase della band. Nel 2010 la band produce “The Upsides”, seguito nel 2011 da “Suburbia: I’ve Given You All And Now I’m Nothing” che delineano meglio lo stile del gruppo e nei quali viene tolto l’uso del synth, rendendo il pop punk, ancora più pop punk.

Ma tuffiamoci nel nuovo album, senza ulteriori indugi. La prima portata di “The Greatest Generation” ci offre “There, There”, che crea l’atmosfera necessaria per proseguire nel viaggio senza ritrovarci impreparati. E’ caratterizzata inizialmente da un malinconico Soupy e da una lieve distorsione della chitarra. Struttura semi acustica che prosegue per circa un minuto e mezzo, quando il secondo ritornello è distinto da un’intensità sonora più potente, una voce più squillante, quasi urlata, pur mantenendo la malinconia che la canzone trasmette, quantomeno a me.

Il secondo brano è “Passing Through A Screen Door”, primo singolo dell’album che tutti ormai conoscerete, amerete ed avrete riascoltato fino a consumarlo completamente. La voce decisa dell’intro si protrae per tutta la durata della canzone, il ritornello non fa che diventare più catchy ogni volta che lo si riascolta, i riff sono incredibilmente ben costruiti, non stancano mai e rendono la riproduzione e l’ascolto fluidissimi, quanto il bridge dopo il secondo ritornello dove troviamo uno splendido climax nel quale si sente la forza di Soupy e la rabbia del testo. Gran pezzo.

Passiamo a “We Could Die Like This”, una sorta di descrizione delle proprie origini, i sobborghi, spesso nominati anche negli scorsi album. Ritornello come sempre orecchiabilissimo e il post bridge che ripete “I wanna die in the suburbs” con una batteria scatenata in sottofondo, notevole, amabile (non come il vino, eh!).

Arriviamo a “Dismantling Summer”: il testo è splendido e la metrica studiata magistralmente, il suono è pieno, il basso è adorabile durante l’intro e i riff, i cori a fine ritornello rendono la canzone appiccicosa, la canterete, canterete e ricanterete fino a far scrostare l’intonaco in doccia, fidatevi di me.

La next in line è “The Bastards, The Vultures, The Wolves”, altro singolo uscito prima dello streaming completo. Il ritmo punk e la batteria scatenata durante i riff e i ritornelli è splendida, così come l’energia trasmessa nei primi versi, contrastata da una paradossale dolcezza del ritornello sempre splendido. L’ending è una progressiva crescita del sottofondo, del suono delle chitarre, tutto conciliato dalla ripetizione di “I came here looking for a fight”, fortissima.

L’album smorza successivamente il ritmo con “The Devil In My Bloodstream”, personalmente una delle mie canzoni preferite dell’intero album e forse della discografia della band, va ascoltata assolutamente. Inizia con una splendida composizione al piano, intrecciata dalla voce di Soupy, calma, pacata, poetica azzarderei, supportata da Laura Stevenson che addolcisce ulteriormente la melodia. Dal secondo minuto il ritmo cambia radicalmente, diventando più simile al punk ed evolvendosi in un ritornello quasi pop, ma non troppo, che mantiene i canoni tipici dei The Wonder Years, da la carica ed addolcisce l’ascoltatore allo stesso tempo. Bella, bella e ancora bella.

Il ritmo dell’album è subito ristabilito in “Teenage Parents”, che contiene un sacco di sonorità punk, la batteria, le chitarre, danno tutte carica e gli accordi si conciliano perfettamente con la voce tipica di Soupy. Il ritornello ritmatissimo “And you always said it would get better” riassume tutto il testo, così come in “Chaser” che contrappone forza e ritmo a sonorità e pause più dolci. Notiamo le potenzialità della voce, più pulita e meno forzata, che ricorda gli scorsi album.

Proseguendo con “An American Religion” ritroviamo tutto, tutto, tutto il punk degli anni 90, splendido, mai ripetitivo, catchy. Splendido l’ho già detto? Da ascoltare, fan dei Descents!

“A Raindance In Traffic” è un titolo a mio parere incredibilmente poetico. Nel testo troviamo affermazioni particolarmente interessanti, come “feels like 1929 and I’m on the verge of a great collapse today”, riferendo il proprio stato d’animo alla crisi dell’economia americana del ’29, riferimenti storici per persone belle. Non perde l’animo pop punk, è sempre presente, come in tutto l’album.

Conosciamo dalla cover di “Hey Julie” che i The Wonder Years apprezzano i brani acustici che hanno come protagoniste ragazze, e “Madelyn” ne è la conferma. E’ all’altezza di ogni brano acustico prodotto dalla band, forse su un gradino più alto, la voce straziata durante il finale commuove. Grazie Soupy.

Il penultimo pezzo è “Cul-de-sac”, altro pezzo degno delle aspettative, il più catchy forse, caratterizzato da un testo nel quale ci si può facilmente immedesimare, dolcissimo ma supportato allo stesso tempo da un ritmo spesso incalzante e coinvolgente al punto giusto.

L’opera (si, dico opera per non dire capolavoro perchè sembrerei particolarmente di parte, e lo sono. Ma non si dice) si conclude con “I Just Want To Sell Out My Funeral”, che riassume tutto l’album in 7 minuti, intensità spaventosa, cita quasi tutte le tracce, uno dei pezzi più intensi, forti, emozionanti, che sento da tanto tanto tempo.

I The Wonder Years sono cresciuti e maturati, ma non mollano la presa sul pop punk, rimangono comunque uno degli esponenti più attivi, presenti e veri del genere.

VOTO: 5/5

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3 pensieri riguardo ““The Greatest Generation” by The Wonder Years”

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