The Ataris + Cancer + Dance! No Thanks @ Lo-Fi, Milano 08-05-2013

Di Michela Rognoni

ATARIS 1Premessa: siccome non siamo delle persone tanto a posto di testa, abbiamo seguito 3 delle 4 date italiane del tour dei The Ataris, e se tutto va come previsto, avremo anche una brava persona a parlarci anche della data mancante quindi se siete interessati all’argomento, ecco…seguiteci!

Nel momento del nostro arrivo al Lo Fi di Milano ci sono già una decina di persone ad aspettare davanti al cancello ancora chiuso. Ma è legale presentarsi alla venue così tanto prima per assistere al concerto dei The Ataris? O meglio, di quello che ne rimane, visto che la tendenza negli ultimi mesi è stata quella di fingersi indifferenti dicendo “tanto questo non è il momento giusto per vedere gli ataris, i veri ataris sono quelli di 10 anni fa”.

Con addirittura un paio di minuti d’anticipo – pura leggenda metropolitana per un concerto in Italia – il locale apre e la gente comincia ad entrare a fiotti.

Ad accoglierli sono subito sul palco i piemontesi Dance! No Thanks, a cui viene affidato l’arduo compito di aprire le danze davanti ad un pubblico dal gusto musicale già solidamente formato.
Ancora un po’ timidi ed emozionati, e con una nuova line up da poco consolidata, occupano una buona mezzora proponendo il new school pop punk dei brani estratti dal loro primo full lenght, “Something To Believe In” uscito lo scorso Aprile per This Is Core, riuscendo a sorprendere positivamente almeno una parte della folla.

ATARIS 2A seguire è la volta degli svizzeri Cancer di cui vi avevamo già parlato – le “all star” degli Mxpx All Star per intenderci – a cui oltre tutto va buona parte del merito per la riuscita di questo tour.
Personalmente avevo molta voglia di rivederli dopo il recente cambio di formazione che vede l’irrequieto ed iperattivo Tristan prendere il posto di Sven alla chitarra lasciando molta più libertà all’ora lead-singer Joel per quel che riguarda le voci.

Il trio ci regala un set convincente, veloce ed ornato da un’energia distruttiva, in gran parte sprigionata dai colpi di batteria di Silvio – lo cito perché i batteristi sono sempre troppo poco citati -.
I brani scelti sono estratti sia dall’ultimo EP, The Weight of the World – distribuito in Italia da This Is Core -, uno su tutti Dying Fairytale, sia dall’album precedente “Family Music Me”, come Looking Back, la frenetica Freak e Over And Out per cui è richiesto l’intervento del pubblico e che riceve una buona risposta.
Il set si chiude con l’ultimo “singolo” della band, I Felt Hope, interrotto da una parte della title track “The Weight Of The World” e ripreso sul finale.
La band poi lascia il palco dimenticandosi l’amplificatore del basso acceso e invadendo il locale di un fischio assordante.

ATARIS 3Finalmente arriva il momento che tutti stavano aspettando, e mentre la band è già sul palco ad aggiustare gli ultimi dettagli, tutti i presenti entrano nel locale e si spingono il più avanti possibile, e quando l’esibizione si apre con l’inno di questa generazione, “In This Diary”, tutta la prima fila viene costretta a sedersi praticamente sul palco.
Folla impazzita insomma, che tira pugni in aria, che canta a squarciagola, che salta disorganicamente e spinge come solo in Italia sappiamo fare, provocando dolore e frustrazione agli altri presenti, e tentando dei crowd surfing in un posto in cui il palco è alto un metro e non ci sono le transenne. Inutile dire che questa folla è formata dagli stessi soggetti che dicevano che non vale la pena vedere gli ataris nel 2013…

Sempre capitanata dallo storico lead-singer Kris Roe – unico punto fermo della band che ha cambiato più volte line up dalla nascita ad oggi (quindi non è che proprio la formazione del 2003 fosse quella originale, l’unica e la sola, ma semplicemente quella con cui è stato raggiunto il successo) – la nuova formazione prevede un tranquillo e pacato Bryan Nelson al basso, il giovanissimo Tom Holst alla chitarra e Erik Perkins (ex Far From Finished), alla batteria da circa tre mesi. Questo per dire che questa è una line up di tutto rispetto, che sa gestire l’esibizione nel migliore dei modi e che ha anche quel qualcosa in più da offrire, esempi perfetti di ciò che ho appena detto sono “The Hero Dies In This One” ed il nuovo arrangiamento di “Your Boyfriend Sucks”. La scaletta è probabilmente una delle migliori soluzioni per mettere d’accordo tutte le tipologie di fans: molti brani estratti dal masterpiece “So Long, Astoria” come “My Reply” ma anche “Eight Of Nine”, qualche brano più vecchio e di nicchia come “My Hotel Year”, senza ovviamente dimenticare la super-hit “The Boys Of Summer” su cui ogni volta è il delirio. Buffo che non sia nemmeno un brano originale della band.
Nell’esibizione c’è spazio anche per una cover, che Kris presenta come un brano di uno dei suoi gruppi preferiti che tutti dovrebbero ascoltare: si tratta di Can’t Hardly Wait dei The Replacements.
Come in quasi tutte le esibizioni, anche in questa esiste un encore: la band esce dal palco e si fa desiderare, dopo pochi minuti Kris da solo ri-sale sul palco e regala un’emozionante interpretazione di “All Souls Day”, uno dei pochi nuovi brani della band che sarà contenuta in Graveyard Of The Atlantics quando forse un giorno finalmente uscirà.
Dopo di ché, gli altri membri della band lo raggiungono sul palco per un paio di brani ancora per poi chiudere con “San Dimas Highschool Football Rules” nel cui finale strumentale vengono coinvolti 2/3 dei Cancer.

Poi le luci si accendono e comincia la musica registrata, le band cominciano a smontare il palco e Kris Roe si fa trovare al merch per chiacchierare coi fans e firmare gli autografi.
E a noi cosa ci rimane di tutto questo? Le nostre storie di pirati, cuori infranti, ossa rotte e le migliori delle amicizie. Ok questa era davvero pessima.

3 pensieri riguardo “The Ataris + Cancer + Dance! No Thanks @ Lo-Fi, Milano 08-05-2013”

  1. Il bello dei locali più piccoli è che puoi stare più vicino agli artisti, fare stage diving.. insomma.. ti dà quel divertimento in più che i grandi concerti non consentono. Quelle casse a mio parere non dovevano essere delle panchine per le belle statuine che cantano le canzoni di un gruppo punk manco fosse marco carta. Comunque a parte questo bella recensione.. è stato un concerto indimenticabile!

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    1. ciao fabio, ti rispondo perché io ero una delle persone sedute sulle casse e non avrei voluto esserlo: quando è partita in this diary dalla mia posizione naturale sono finita con le ginocchia rivoltate dalla parte sbagliata e la faccia spiaccicata sulla spia al centro del parco, ora tenendo conto che mi sarebbe piaciuto arrivare viva a fine concerto non ho trovato altra scelta che sedermi sopra alle casse. lo stage diving non si può fare al lo fi, il palco è troppo basso e troppo piccolo, infatti tutti i tentativi sono stati patetici e fallimentari, al traffic di Roma invece, come leggerai nel nostro prossimo report, il palco era un pelino più alto e spazioso per cui alcuni stage diving sono risultati addirittura coreografici.

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  2. ti dò ragione sul fatto che essendo le casse troppo basse quelli in prima fila facevano fatica a stare in piedi, ma con voi davanti la prima fila faceva ancora più fatica a cercare di non travolgervi.. cmq si, non è il massimo per lo stage diving ma io l’ho fatto a San Dimas e devo dire che non è stato niente male! 🙂 cmq potete pubblicare la scaletta completa dei The Ataris per favore?

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