“Native” by OneRepublic

Di Sveva Avino e Grazia Colloca

OneRepublic-Native-2013-2000x2000 (1)Premettendo che qui c’è una fan sfegatata che mi minaccia e mi impedisce di essere acida e cattiva come vorrei, iniziamo a recensire il nuovo album dei OneRepublic.
Dopo ben 4 anni di inattività , ieri 26 marzo è uscito finalmente Native, terzo album dei OneRepublic. L’album è composto da 14 tracce che alternano ritmi elettronici di synth a quelli acustici di chitarre, il tutto con un dose di pop rock.

L’album si apre con “Counting Stars”, brano che inizia lento per poi sfociare in melodie più movimentate e parecchi acuti discutibili. Tema principale di questa canzone è il “rimpianto amoroso”; il protagonista non riesce a dormire per i troppi pensieri che affollano la sua mente e si ritrova a contare le stelle nel cuore della notte. Il ritornello termina come da copione per i migliori complessati esordendo in un “I feel something so right doing the wrong thing”.

Sono estremamente convinta che in questo album abbiano inserito qualche sorta di messaggio subliminale che fa in modo di farti tornare alla mente le canzoni nei momenti più improbabili. Ti ritrovi così a canticchiare, per esempio, “If I lose myself” avendola sentita un’unica volta e capendo che razza di canzone sia solo il giorno successivo. É proprio questa la seconda traccia dell’album, caratterizzato da un ritornello catchy e un ritmo ballabile che potrebbe essere di spunto per un remix dubstep da passare nelle migliori discoteche della riviera Romagnola.

Si passa a “Feel Again”, senza dubbio la canzone di punta del cd, di cui è stato fatto un bellissimo video, forse tra i migliori di tutti quelli fatti fin’ora. “I’m feeling better since you know me / I was a lonely soul but that’s the old me” tipica sensazione provata dallo sfigato di turno quando realizza di non essere invisibile, come pensava, per la persona della quale è cotto da tempo. (ps. Qualcuno avverta i OneRepublic che queste cose avvengono solo nei telefilm.)

E’ vero che ci sono alcune canzoni il cui titolo non compare mai nel testo, però ripeterlo incessantemente non le rende migliori. Questo è ciò che succede nel ritornello di “What You Wanted” composto esclusivamente dalla ripetizione ossessiva di queste tre parole. Ovviamente il ritmo orecchiabile e la presenza del synth rendono il brano meno noioso.

Quinta e sesta traccia sono rispettivamente “I Lived” e “Light It Up”; mentre la prima è più pulita come suoni e voce, la seconda è decisamente troppo modificata e l’eccessivo autotune non la fa rientrare nelle nostre grazie.

Anche le tre successive tracce (“Can’t Stop”, “Au revoir” e “Bruning Bridges”) sono un’ulteriore conferma che questo cd è caratterizzato da disomogeneità, dove le canzoni migliori si concentrano all’inizio.

Ci pensa “Something I Need” a risollevare le nostre flebili speranze: i ritmi aumentano gradualmente fino a sfociare in un’esplosione di energia che fa venire voglia di unirsi a un gruppo Ghospel o di imparare a ballare il rock’n roll acrobatico.

Sarà per il binomio piano/violino, sarà per i toni bassi, ma “Preacher” ricorda vagamente le canzoni dei Coldpay. Ma se seguiamo la legge dei sillogismi: preacher ricorda i Coldplay, a me piacciono i Coldplay, a me piace Preacher.

L’album prosegue poi con “Don’t Look Down” che con le sue note ricorda quasi il suono di un immenso organo da chiesa e “Something’s Gotta Give” che, pur mantenendosi sui ritmi degli altri brani, personalmente, è un grandissimo NO (alla Maionchi).

L’album si riprende poi sul finale con “Life In Color” (di cui è disponibile anche una London Session su YouTube) che con toni orecchiabili e allegri rispetto alle ultime tracce è, secondo me, la chiusura perfetta per questo album.

VOTO: 3/5

2 pensieri riguardo ““Native” by OneRepublic”

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