“Challenger” by Memphis May Fire

Di Francesca Carzaniga

I Memphis May Fire tornano, a poco più di un anno di distanza da “The Hollow” e con l’ennesimo cambio di formazione (dentro Anthony Sepe alla chitarra ritmica e fuori Ryan Bentley), con “Challenger”, secondo album pubblicato sotto la Rise Records e terzo album complessivo per la band di Dallas.
L’album si apre con “Without Walls”, breve intro della durata di poco più di un minuto che ribadisce la volontà della band di non essere etichettata in nessun modo: “Just when you think we conform to a scene, we break down the wall!”.
La seconda traccia, “Alive In The Lights”, è in puro stile Memphis May Fire: apertura in scream e growl e ritornello orecchiabilissimo di un sempre perfetto Matty Mullins. Da segnalare il riff di chitarra al minuto 1:38 e il breakdown al 2:47. 
Eccoci poi giunti al primo singolo estratto con tanto di lyric video, “Prove Me Right”, canzone con un testo onesto e tagliente al punto giusto sull’ingordigia della moderna music industry: “I just see them for what they are: money, hungry, cowards, sucking the blood out of artists and killing the art”, ma ci sarebbe da citare tutto il testo. Canzone impeccabile, niente da aggiungere.
La traccia seguente, “Red In Tooth & Claw” è una canzone sull’amore tradito e il testo è ancora una volta diretto e cattivo, con un ritornello perfetto da urlare in faccia al vostro ex che vi ha tradito la prossima volta che dovreste trovarvelo davanti: “I think I’d give you another chance if you deserved one. I think I’d have room in my heart but I simply reserved none. I’d let you beg on your knees for forgiveness at last but you’re just a mistake”.
Vices”, secondo singolo estratto, non vi lascia nemmeno il tempo di riprendere fiato partendo subito con una bella parte screamata. E ha un ritornello talmente catchy che vi ritroverete a canticchiarlo in tempo zero (magari non con la stessa estensione vocale di Matty, ecco). Ready? All together now: “I’ve been thinking this could be the end of me. Who is this person in the mirror I see? I have come so far, thought I was so strong. The truth is I’ve just fed myself a lie for too long. This is my vice, this is me weak”.
Mi sono dimenticata di elogiare la batteria che in questo album è fin troppo precisa, quindi lo farò per la prossima track, “Legacy”, che si apre appunto con un sottofondo di batteria. Buona traccia, caratterizzata da parecchi cambi di tempo che non annoiano. Unico appunto che mi sento di fare è che non ho ben capito perché mettere tutti quegli effetti in sottofondo che ad un certo punto mi hanno fatto anche chiedere se per caso fosse il cd ad avere qualche graffio o qualcosa. No, è una roba così, etnica. Il gatto potevano magari evitarselo però, ecco.
Miles Away” vede la partecipazione di un onnipresente Kellin Quinn (Sleeping With Sirens) che in questo periodo sta facendo featuring con tutti ed è ormai diventato un po’ il Pitbull della musica heavy. La traccia si apre lentamente e questo sarà il suo ritmo per tutta la sua durata. Mi verrebbe da definirla la ballata dell’album, per comodità. Il testo parla della sofferenza nel lasciare a casa gli affetti (in questo caso in particolare la moglie) per andare in tour: “How am I supposed to be everything they expect me to be when I feel so alone, because I left my heart at home. She needs me, but I know they need me too. So God, give me the strength to do what you created me to do”. Una delle canzoni migliori dell’album a mio modesto parere.
Ma è solo un attimo di calma apparente perché la traccia successiva, “Jezbel”, riprende i toni duri e i ritmi serrati dell’album. Il testo parla di una groupie e di come “All dressed up in purple and pink, she’ll do whatever it takes to get to VIP”. Carino il ritornello, ma la canzone in sé non rimane particolarmente impressa al primo ascolto, nonostante la parte strumentale ben costruita.
Losing Sight” vede il secondo featuring dell’album, ovvero quello con Danny Worsnop degli Asking Alexandria. Traccia ben riuscita, le voci di Matty e Danny si amalgano bene e il ritornello è catchy quanto basta. Si candida anch’essa pienamente a canzone migliore dell’album.
Generation: Hate” è una traccia che dovrebbero ascoltare attentamente tutti quelli che sparano a zero su una band e su qualunque cosa faccia, senza nemmeno stare ad ascoltare o quantomeno provarci. E il testo parla appunto di questo: “Say what you will. You know it all or at least you think you do. Waste all your days complaining. You think we care but everyone knows that you don’t have a clue, so say what you will but you wouldn’t last a day in my shoes! Waste all your days complaining. You think we care but this is a war you will always lose!”.
L’ultima traccia, “Vessel”, è strumentale e si apre con il piano e il rumore della pioggia in sottofondo a cui si uniscono verso la fine la batteria e i violini. Un po’ strana la scelta di inserirla alla fine, ma mi piace pensare che sia una sorta di finale aperto alla “trai le tue conclusioni”.
I Memphis May Fire non deluderanno certo i fan di vecchia data con questo album, che non si discosta molto dal sound dei loro CD precedenti. E forse l’assenza di originalità è una critica che si potrebbe muovere a questo album ma se i risultati sono questi, who cares?

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