SPECIALE: La musica nella Cerimonia di Apertura di Londra 2012.

Di Mavi Mazzolini

“God Save The Queen” e che nessuno se ne dimentichi. Le Olimpiadi di Londra 2012 possono essere piaciute o meno: a parte che se non ti sono piaciute hai degli evidenti problemi (sì, Federica “ho preferito quelle di Pechino” Pellegrini, dico anche a te, che quando non ti alleni dovresti raccattare un po’ di raziocinio in giro), a rendere magnificente questa cerimonia d’apertura  ha contribuito anche il ruolo portante che ha ricoperto la musica. Considerato che questa cerimonia è all’opposto rispetto a quella delle precedenti Olimpiadi, poiché basata su un piano tutto emozionale rispetto ai rigidi schematismi pechinesi, la musica ha avuto un ruolo portante, finalizzata ad entusiasmare e magnetizzare il pubblico di tutto il Mondo al piccolo schermo. E direi che Danny Boyle, regista della Cerimonia, c’è riuscito alla grande.
Si capisce già che gli Inglesi hanno vinto tutto dai primi minuti, quando si ricorda la Rivoluzione Industriale come fase fondamentale dello sviluppo storico inglese e vengono simbolicamente erette le famosissime torri della Battersea Power Station, che risveglia l’inconscio collettivo riportandoci tutti alla famosa copertina dei Pink Floyd in cui era sovrastata da un maialino volante. Un omaggio nostalgico a un’immagine del rock che verrà sconvolta a breve, a causa dell’acquisto della centrale da parte di qualche riccone dell’Arabia o giù di lì. Non si può parlare di Inghilterra e Londra senza pensare a quei classi coni che sono London Calling e God Save The Queen, direttamente dai titoli degli album di foto delle vacanze londinesi dei nostri amici poser di facebook. I due classici dei Sex Pistols e dei Clash sono stati inseriti in uno spezzone che riprendeva la parte più underground di Londra, nella quale una telecamera si snodava fra i vagoni della tube e le strade della capitale. Continuando sulla scia patriottica, l’intonazione dell’Inno Nazionale è stato affidato a una stellina in crescita, Emeli Sandè, impeccabile ed emozionante, uscita dalle radio di mezzo mondo soprattutto grazie a Next To Me – credo. Ma chiaramente, un ruolo fondamentale è stato attribuito ai tre reali della musica inglese: sua Maestà, il Duca e i Baronetti. Ovvero i Queen, David Bowie e i Beatles, che sono stati tributati con un’invasione dello stadio di figuranti in costumi storici dei musicisti. Un tributo  facilmente ritrovabile in quella sezione che hanno dedicato alla musica, in cui hanno voluto narrare l’amore fra Jude e Frankie (prego, cogliere le citazioni implicite), incorniciata ancora una volta dalla musica, aprendo un excursus fra i vari artisti che negli anni han tenuto alta la bandiera inglese nelle classifiche e nelle nostre giornate con, fra gli altri, i Rolling Stones. Questo segmento molto “party festa skins wasted yeah”, che fa molto ridere perché anche Skins è inglese,  è culminato poi con l’esibizione del rapper Dizzee Rascal, che ci aveva tormentato con “Bonkers” qualche anno fa: okay, è sempre una canzone molto party e va bene visto che stava facendo finta di cantare in un festa party, ma se proprio dobbiamo usare una starlettina, meglio usarla recente. Magari un Tinie Tempah; comunque niente da dire, Dizzee Rascal si dimostra un animale da palcoscenico.  Disumana l’energia che sprigiona durante le esibizioni.

Anche la parata delle Nazioni, la parte che più ha fatto desiderare una morte celere e indolore agli spettatori, è stata illuminata dalla musica: dai Chemical Borthers (per continuare sulla scia del festa party), agli U2, al momento iper-patriottico e stracolmo di pathos con l’ingresso della squadra inglese, che si è fatta largo nello stadio con coriandoli (tanti quanti gli abitanti del nostro pianeta) e “Heroes” di David Bowie. E qui, la lacrimuccia è scesa un po’ a tutti. Dulcis in fundus le varie esibizioni live.
Primi gli Arctic Monkeys: emblema della musica ggggiovine inglese, non hanno deluso le aspettative di quei pochi che sapevano che avrebbero calcato il palco, e fomentato tutti quelli che invece non se li aspettavano (chiaramente dei pivetti che non leggono Aim A Trabolmeicher, visto che noi ve l’avevamo già anticipato). Apprezzamento triplicato, personalmente, non solo per la bravura , ma anche per il coraggio dimostrato nella scelta di “I Bet You Look Good On The Dancefloor”, primissimo singolo della band inglese tratto dall’album di debutto del 2005 e primordiale a qualsiasi eventuale manipolazione delle major (che comunque a me i cd che han fatto sotto major piacciono lo stesso, eh), e per aver scelto di fare una cover di “Come Together” dei Beatles (da oggi su iTunes) al cospetto di sua maestà Paul McCartney, che avrebbe suonato poco dopo di loro. Parlando di Arctic Monkeys, e non di un gruppo di fighette a caso, è anche scontato dire che siano riuscite in maniera eccelsa).
Altra sorpresa è arrivata al momento della accensione della fiamma Olimpica, il cui sottofondo musicale è stato affidato ai Two Door Cinema Club: Alex Trimble (inquadrato veramente poco, pochissimo, pochissimissimo) si è dimostrato un artista coi controfiocchi cantando note inusuali rispetto a come siamo abituati a conoscerlo, accompagnato, fra gli altri, da delle cantanti liriche. Più tardi su twitter ha rivelato che la canzone con la quale si era cimentato si chiama “Caliban’s Dream”, scritta da Rick Smith degli Underworld – che è comunque nella direzione artistica della cerimonia.
The best for last, Sir Paul McCartney e uno stadio pieno di persone che intonavano con lui “Hey Jude”. Emozionante pensare che nello stesso momento, miliardi di persone nel Mondo erano concentrate ad intonare insieme ad un uomo le stesse parole, gli stessi “na na na nanana, nananana”. Superfluo qualsiasi commento e qualsiasi complimento sembrerebbe riduttivo, quindi tutti zitti, tutti in silenzio, togliamoci tutti il cappello in fronte a Paul McCartney.
Una cerimonia che altri non si può descrivere se non “magnifica”. Magnifica, si, ma musicalmente parlando mi sento di fare la zanzara e non definirla perfetta. Sembra quasi che l’Inghilterra si sia dimenticata di qualcuno che l’ha resa grande. Dove sono gli Smiths? Dove sono i Cure? Dov’è Elton John? Ai Rolling Stones, anche se piccolino, uno spazio l’hanno dato con “Satisfaction”. Altri grandi assenti i Muse, teofori e compositori dell’Inno Ufficiale di Londra 2012, che nonostante il grande hype generale per una loro ipotetica esibizione, ce li siamo visti solamente suonati da un lettore cd o qualsiasi impianto usino alle Olimpiadi. Come gli Who.

Nota di dolore anche per il desaparecido David Tennant, il decimo Doctor Who, che molti (io fra tutti, col cuoricino pieno d’amore) speravano facesse la sua apparizione, visto che in Fear Her salvava le Olimpiadi del 2012 – per maggiori chiarimenti iniziare a guardare Doctor Who, così in caso si aprisse una voragine nel cielo capireste il perché… ma questa è un’altra storia. C’est la vie. C’è sempre la Cerimonia di Chiusura, e chissà che non tocchi la perfezione per davvero, quest’Inghilterra.

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