“Wednesday is forever” – We The Kings + Simple Plan live @Alcatraz, Milano 28/03/2012

di Michela Rognoni

Se conoscete un parcheggio non a pagamento vicino all’Alcatraz, fatecelo sapere, perché esporre settemila bigliettini “gratta e parcheggia” non è divertente.

E se siete i proprietari di un bar che ha problemi del tipo che non scorre l’acqua…eh, non fate usare il bagno ai clienti.
La morale di tutto ciò è che verso le 9 e mezza siamo già in fila davanti all’Alcatraz per il concerto dei We The Kings e quegli altri (altrimenti detti Simple Plan). Non è la prima volta che facciamo dodici ore di fila per vedere un gruppo di spalla e non sarà nemmeno l’ultima, ma questo non interessa a nessuno.
Le ore passano relativamente veloci scrivendo idiozie sullo scrapbook di We The Kings Italia, controllando i Tweet di Travis Clark e bruciandoci le spalle sotto il cocente sole di Marzo.
Gli unici momenti rilevanti di questa attesa sono l’arrivo del van degli We The Kings ed i nostri urli disumani “Dannyyyyyyyyyy” e poi “Traviiiiiiis” che sono decisamente stati notati, la prova è contenuta nell’intervista rilasciata da Travis Clark per Ginger Generation (il nome legato alla persona fa quasi ridere, sembra fatto apposta); e Travis rinchiuso in un “ring” di transenne che firma autografi a chi non l’ha mai sentito nominare prima, mentre ignora chi ha in mano i booklet dei suoi dischi (e qui, un “morite male” a tutti quelli che erano lì pur non sapendo minimamente chi fosse, ci sta).
Tra una cazzata e l’altra si fanno le 7 e vengono aperte le gabbie e le scimmie cominciano a correre da tutte le parti. Dopo altre due ore casuali di attesa davanti al palco ecco finalmente spuntare la nuova formazione degli We The Kings, con un Drew in meno e un Charles e un Coley in più.
Aprono con “She Takes Me High” è c’è molta più gente che canta di quanto mi aspettassi. Lo spettacolo prosegue con tre dei loro brani più famosi: “Skyway Avenue” – probabilmente il loro pezzo migliore -, “Secret Valentine” e “We’ll Be A Dream” – quello della collaborazione con Demi Lovato (che fortunatamente non è apparsa dal nulla sul palco quello sera). Danny Duncan si merita un premio per non aver deluso i suoi fans suonando con un braccio solo – l’altro era ingessato – battendo su cassa rullante e ride – fecendosi aiutare da un asiatico che suonava sul hi-hat a destra del palco e un altro ragazzo che agitava un tamburello a sinistra – piuttosto che cancellare delle date e cose sgradevoli di questo genere. I suoni lasciano un po’ a desiderare, voce troppo bassa e soliti problemi di questo tipo. Nonostante tutto questi ragazzi sanno difendersi a suon di grinta e simpatia. Travis è un’intrattenitore nato: dopo essersi lanciato in una cover di “The Middle” brano dei Jimmy Eat World egregiamente interpretata (nonostante io personalmente avrei evitato di infilare una cover in una setlist così corta), spiega di aver imparato una canzone interamente in italiano…la canzone in questione fa più o meno così: “Olè Olè Olè Olèèèèèè” (dai che avete capito tutti). Poi suona mezza cover di “I’m Yours” di Jason Mraz per qualche motivo ignoto e dice un paio di cazzate sull’Italia. Ha anche usato una bandiera italiana come tracolla. Lo spettacolo si conclude troppo presto con il loro ultimo singolo “Say You Like Me” e l’intramontabile “Check Yes Juliet”. Come prima apparizione in Italia non è andata affatto male, penso che fossero sorpresi di vedere così tanta gente cantare e saltare per loro. Speriamo che questo li convinca a ritornare al più presto, magari come headliner.

Il cambio palco dura giusto il tempo di una capatina in bagno. Poi i Simple Plan salgono immediatamente sul palco e senza troppi indugi partono con la super hit “Shut Up” e dal pubblico cominciano ad alzarsi cartelli con scritto “Grazie”, “I’m Addicted to Simple Plan” e altre cose del genere che si vedono da circa una decina d’anni…molto originali ragazzi, davvero. (Leggendo questo il tizio che ha lanciato l’idea dei cartelli si sentirà importante). Informazione di servizio: avevo un cartello anche io ma è stato trasformato in un cappellino da muratore.
Proseguono con altri grandi successi vecchi e nuovi come “Can’t Keep My Hands Off You”, “Jump” a cui attaccano “I’ve Got A Feeling” dei Black Eyed Peas tra le risate del pubblico, e l’intramontabile “Addicted” datata 2002. Proseguono l’alternanza di pezzi nuovi come “You Suck A Love” e “Astronaut” e pezzi di qualche album fa come “When I’m Gone” e “Your Love Is A Lie” il tutto senza risparmiarsi dal dire qualche frase in Italiano – le solite cose tipo “bellissimA ragazzE” – e spiegare che il cognome di Jeff in italiano può essere mangiato.
Il quintetto canadese decide poi di arricchire ulteriormente l’esibizione eseguendo due medley quasi uno dopo l’altro, interrotti solo da “Jet Lag”: il primo medley prevede “Moves Like Jagger”, “Dynamite”, “Sexy And I Know It” e i balletti sexy di Pierre e company – ma soprattutto di Pierre dato che continua ad alzarsi la maglietta ed accarezzarsi gli addominali e a muovere il bacino in modo supersexy…cose che non ti aspetti da un trentenne padre di famiglia -. Il secondo, invece, è la parte più esaltante della serata – o almeno lo è per i nostalgici come me -: si tratta di un medley di brani tratti da “No Pads, No Helmets…Just Balls”, più precisamente “The Worst Day Ever”, “When I’m With You”,”My Alien”,”You Don’t Mean Anything” e “God Must Hate Me”…in quel momento tutto il pubblico aveva 15 anni…tranne i 15enni forse…”This Song Saved My Life” è stata anticipata dal solito discorso strappalacrime. Se per voi quella canzone ha un senso beati voi…a me non servivano i Simple Plan per capire l’immenso potere della musica. In ogni caso il pubblico era esaltato, i Simple Plan erano esaltati e saltavano tutti come dei dannati nonostante sia qualcosa di simile ad una ballad. Hanno poi fatto “Welcome to my life”e Jeff ha recuperato un giovane che era stato buttato fuori dalla folla, l’han fatto salire sul palco e lui si è avventato su Pierre…non so bene il perché.
“I’d Do Anything” è stato l’altro highest moment del concerto, nonostante la voce di David non somigli nemmeno lontanamente a quella di Mark Hoppus facciamo che ci accontentiamo.
A questo punto iniziano i ventisettemila encore in cui tutti chiamano “one more song, one more song” e il gruppo torna per suonare prima “Loser Of The Year” e “I’m Just A Kid” (che magari a 30 anni non ha molto senso) e poi una versione acustica di “Crazy” e chiudono nel più banale dei modi con “Perfect” (durante la quale una donzella sale sul palco e bacia Pierre).
Non ero sicura di voler scrivere qualcosa sul post-concerto ma potrebbero venire fuori delle cose interessanti quindi ci spenderò due parole.
Gli We The Kings, dopo essersi cambiati e profumati, escono dall’Alcatraz e si ritrovano inondati da un sacco di nuovi fans che non sapevano nemmeno il loro nome (non lo sapevano ancora, adesso l’avranno cercato su Wikipedia e si saranno scaricati la loro discografia presumo). Sono stati tutti molto gentili, hanno firmato autografi e fatto foto fino al momento di partire per Roma.
Ho scambiato quattro chiacchiere con Danny – che si è infilato lo scrapbook di We The Kings Italia nei pantaloni (in verità nelle mutande, ma “I won’t tell the guys were it has been”) -, era preoccupato perché doveva togliersi il gesso da solo e non sa come fare. Poi ci ha chiesto di consigliargli qualche posto da visitare a Roma ma alla nostra risposta “I fori imperiali” non sembrava tanto convinto. Ci ha poi parlato del suo tatuaggio e di quanto ama la spiaggia e di altre cose poco rilevanti.
I Simple Plan – fatta eccezione per Sébastien Lefebvre (che doveva portare la valigia sul tourbus, ma non riusciva a spiegarlo alla guardia, la quale non comprendeva l’idioma) – sono usciti molto tardi perché stavano facendo la festa (yeeeee) ma chi è rimasto fino a tardi ad aspettarli può assicurarvi che sono anch’essi delle belle persone.

2 pensieri riguardo ““Wednesday is forever” – We The Kings + Simple Plan live @Alcatraz, Milano 28/03/2012”

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